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::: Pericoloso circolo vizioso
IL PUNTO di Francesco Tozzi
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Imprese di
pulizia e servizi
sono alle prese
con inaccettabili
lentezze nei
pagamenti da
parte della
pubblica
amministrazione
e difficoltà di
accesso al
credito. E Anip
parla di realtà
imprenditoriali
ormai vicine
al collasso.
Mentre le
piccole e medie
industrie fanno
i conti con la
mancanza di
lavoro ...
La situazione è difficile. Preoccupante.
A tratti pericolosa. E l’incubo del “circolo
vizioso” è ormai sempre più una
realtà. Il fatto è che le imprese di pulizia
sono oggi vicine al collasso, oppresse
dai ritardi dei paganti della pubblica
amministrazione, dalla crisi di liquidità
e dagli effetti della crisi industriale.
È questo l’allarme lanciato da Anip,
l’Associazione Nazionale Imprese
di pulizia di Confindustria (oltre
200 aziende che fatturano 980 milioni
di euro e occupano 30mila addetti),
in sinergia con l’Unione Industriali di
Napoli.
Il settore delle imprese di pulizia e
multiservizi, che oggi conta una
significativa presenza di aziende
con sede in Campania, è tra
i più colpiti dai tagli della
spesa pubblica e della crisi
industriale, che sta impattando
sul comparto
attraverso una consistente
riduzione delle
prestazioni richieste
(con punte fino all’80%
per il Ministero della Difesa,
sottolinea sempre
Anip).
Ma la Campania non è
l’unica realtà nel mirino
degli industriali e non si
può parlare del solito “effetto
sud”, perché nel libro
nero dei cattivi pagatori
ci sono Veneto, Toscana,
Calabria, Sicilia. E i ritardi
di pagamento arrivano a
toccare i 200 giorni e più,
senza citare i 600 della
Campania.
::: Accelerare i tempi
A ciò si aggiungono gli effetti devastanti della stretta creditizia, accentuatasi
negli ultimi mesi, che colpisce
duramente le aziende del settore, il cui capitale
principale sono le risorse umane
e la fidelizzazione dei clienti; di qui la necessità
- sostiene Anip - non solo di individuare
adeguate metodologie di valutazione, più
aderenti alla realtà delle imprese di servizi,
ma soprattutto di prevedere sistemi di
garanzia del credito per le imprese "labour
intensive".
Nell’attuale fase recessiva risulta ancora più
paradossale il fenomeno, quasi esclusivamente
italiano, del ritardo dei pagamenti
della pubblica amministrazione alle aziende
di servizi; tale ritardo continua a crescere, soffocando
finanziariamente le imprese, afferma
ancora Anip.
«È oggi improcrastinabile - chiosa Claudia
Giuliani, Presidente Anip - un intervento
del Governo per accelerare i tempi di pagamento,
anche per rispondere alla crisi di liquidità.
Occorre, inoltre, rimuovere gli ostacoli
legali che penalizzano le imprese nei rapporti
con la pubblica amministrazione; ed è questo
l’obiettivo, non solo politico, dell’esposto
presentato dal Taiis (Tavolo interassociativo
imprese di servizi di cui Fise è fondatrice) negli
scorsi mesi alla Commissione europea per
la violazione delle norme comunitarie».
E gli appelli non si fermano qui. «La questione
dei ritardi dei pagamenti - dichiara Vincenzo
Greco, Vicepresidente ai rapporti interni
dell’Unione Industriali di Napoli - è da
tempo posta tra le priorità di impegno della
nostra associazione. Penalizza purtroppo
trasversalmente vari settori, dai servizi di pulizia alla sanità, e condiziona le
possibilità non solo di sviluppo, ma spesso
di sopravvivenza di tante imprese. Abbiamo
avviato iniziative specifiche nei confronti dei
livelli istituzionali locali e nazionali, con il sostegno
convinto e incisivo del Vicepresidente
di Confindustria, Cristiana Coppola».
::: Maledetto lavoro nero
Eh sì, perché è proprio della sopravvivenza
di tante imprese che stiamo parlando. Da
osservatori esterni, ci sembra che l’intera filiera
del cleaning italiano, allargata a quella
dei multiservizi, sia entrata in un pericoloso
circolo vizioso, dove oltre all’annoso problema
dei ritardi nei pagamenti, dell’accesso al
credito e della difficoltà per molte imprese
di partecipare ai grandi appalti, il pericolo è
l’individualismo imprenditoriale e il lavoro
sommerso, tematiche calde, che tengono
banco nel dibattito tra le diverse parti
della filiera.
Imprese, rivenditori e fornitori ancora alla
ricerca, diciamo così, delle responsabilità
che hanno portato ad una situazione in cui
si parla ancora troppo spesso di cultura del
pulito che stenta a prendere piede in Italia.
Cultura che è spesso minacciata dagli appalti
al massimo ribasso e dal lavoro nero, fenomeno
che è diventato ormai la norma
in molte imprese e in molti cantieri. Per
capire più da vicino il malessere che caratterizza
questo importante settore - che occupa
circa 500mila addetti e che è formato da una
miriade di piccole e medie industrie e da poche
grandi realtà imprenditoriali - abbiamo
incontrato Pietro Auletta, AD di Pedus
(Gruppo Dussmann) e Rosario Benedetti,
Amministratore unico di Becan. La prima
è un grosso gruppo di multiservizi, la seconda
è una piccola e media impresa.
::: LAVORI IN CORSO
Oltre al primo Taiis, che vede coinvolte le rappresentanze
imprenditoriali di diversi mondi associativi su tematiche
trasversali al mondo dei servizi, sono stati istituiti, dallo scorso
mese di marzo, due nuovi tavoli di lavoro: il primo avviato da Anip
con Afed e Ance presso l’Uni (Ente nazionale di unificazione
competente in materia di normazione tecnica con l’obiettivo di
diffondere standard di riferimento per il comparto); il secondo è
rappresentato dal Comitato di filiera del Pulito professionale, di
cui Anip è membro fondatore.
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::: Quanto è delicato recuperare i crediti
Ingegner Auletta, ma l’allarme lanciato
da Anip è veramente così preoccupante?
«Il problema esiste da anni, ma nell’ultimo
periodo non posso nascondere che la situazione
sta prendendo effettivamente una
brutta piega e non ci sono segnali che facciano
capire che c’è, su qualunque fronte, una
volontà di cambiare le cose. Un fenomeno che
ha due differenti chiavi di lettura: la prima è
quella geografica, intrinseca al nostro Paese;
la seconda è quella settoriale, in quanto, se
negli anni passati era solo la sanità che non pagava,
oggi il fenomeno è molto più diffuso in
tanti settori della pubblica amministrazione.
E poi, quello del ritardo nei pagamenti è un
problema urgente, non dimentichiamoci che
circa l’85% dei costi di un’impresa di pulizia è
assorbito dalla manodopera».
E non si può pensare a possibili azioni
di recupero crediti?
«Fare delle azioni di recupero crediti rischia
di innescare dei processi di malumore da
parte del cliente, con tutto ciò che ne consegue.
Oggi anche scuole e ministeri faticano
a pagare. Pensi, inoltre, che ci sono gare
d’appalto nelle quali i committenti risultano
maggiormente benevoli con appaltatori che
accordano più favorevoli dilazioni di pagamento
e interessi».
Ma a quanto ammonta il debito dello
Stato nei confronti delle imprese di pulizia
e servizi? «Si parla di circa 50 miliardi di euro».

Eppure l’indotto occupa un numero non
indifferente di addetti…
«Il nostro è un settore che assorbe molto lavoro
part-time e quindi si sposa bene con le
necessità di una buona parte della società; in
tutto, l’indotto assimila circa mezzo milione di
addetti. Inoltre, noi offriamo reali possibilità
di carriera ai nostri dipendenti».
Cosa state facendo, anche in sede associativa,
per tentare di risolvere questa
questione?
«Grazie al Taiis (Tavolo interassociativo imprese
di servizi, ndr), il primo tavolo di trattativa
tra le diverse associazioni che operano
nella filiera del pulito, ci stiamo muovendo
in maniera univoca per promuovere
un’azione comune nell’approccio con la pubblica
amministrazione, a partite dal Ministero
delle finanze, con il quale stiamo cercando
una via per stipulare un piano di rientro generale
e graduale».
In quale rischio si potrebbe incorrere?
«Il rischio che si paventa, che si è già manifestato
in altre occasioni, è quello di accettare
l’offerta che potrebbe essere fatta dalle Regioni,
nel senso: “Queste sono le nostre disponibilità
economiche e non possiamo fare di più”. Ecco, io credo che accettare
una possibile proposta
potrebbe essere un
grosso errore, perché non
è altro che una scialuppa di
salvataggio, “non affogo oggi
ma domani”».
Lei dirige un’azienda di
9mila dipendenti, con un
fatturato di 232 milioni
di euro, ma alcuni suoi
colleghi appartenenti alle
Pmi lamentano la loro
difficoltà a partecipare
ai grandi appalti pubblici
e lo svantaggio che
ne deriva è la mancanza
di lavoro. Vede possibili
“patti per le Pmi” simili
a quelli stipulati in Francia o negli Stati
Uniti?
«Pensare che il mercato si debba sacrificare
per i più piccoli lo trovo un po’ anacronistico. Oggi la programmazione di un appalto si
basa sempre più su criteri di ottimizzazione
dei costi, quindi cercare di contrastare
questa tendenza vuol dire inserire anche delle
diseconomie nella filiera.
Nel settore delle imprese di pulizia non esiste
un vero e proprio vantaggio dimensionale,
anche perché non esistono grandi economie
di scala, ma piuttosto una dimensione
di competenza. Le Pmi che hanno saputo
sviluppare competenze specifiche si devono
porre come aziende di filiera, senza inseguire
la grande impresa. In questo modo nascerebbero
importanti e proficue partnership».
::: In attesa del patto
Ingegner Benedetti, anche per le Pmi il
ritardo nei pagamenti, soprattutto del
pubblico, è un problema che sta mettendo
in ginocchio alcune realtà?
«È senza dubbio un problema, un problema di
tutti, ma purtroppo per le Pmi la questione da
risolvere è a monte e stiamo parlando dell’incertezza
del lavoro. Ci troviamo davanti a una vera e propria assenza di lavoro».
E il motivo?
«Negli ultimi anni sia le imprese pubbliche
che quelle private hanno seguito sempre più
una politica di accorpamento degli acquisti,
creando gare d’appalto con lotti sempre
più grandi ai quali solo le società di servizi di
certe dimensioni riescono a partecipare. Per
esempio, fino a qualche anno fa la Provincia di
Milano faceva appalti di grandi e piccoli lotti,
oggi i piccoli lotti sono scomparsi».
Sta disegnando uno scenario alquanto
preoccupante, ma quale potrebbe essere
una strada per equlibrare le opportunità
di lavoro tra piccola e grande impresa?
«Qui entriamo in un discorso molto ampio,
che implica, a mio avviso, una maggiore sensibilità politica. In francese per esempio, si
chiama “pacte Pme”, “un patto per le Pmi”
stretto tra le grandi industrie e le amministrazioni
pubbliche da una parte e le
Pmi dall’altra, con un impegno delle prime
a riservare una quota delle proprie forniture
alle seconde. Obiettivo: spingere i grandi
a comprare dai piccoli, purché questi siano
all’altezza. Un esperimento che è in atto in
Francia dal 2004 e ormai comincia a dare frutti.
E potrebbe estendersi a tutta l’Europa».
Anche negli Stati Uniti mi sembra esista
una cosa simile.
«Lo spunto francese è venuto proprio dallo
Small Business Act (Sba), una legge votata
negli Stati Uniti nel lontano 1953, che obbliga
le grandi amministrazioni dello Stato a fornirsi
per il 23% dei loro acquisti presso le Pmi».
E in Italia?
«Ho incontrato personalmente nei mesi scorsi
il Presidente della Commissione attività
produttive della Camera, pochi giorni prima
che il Ministro Scajola aprisse il “Tavolo
di iniziativa per le piccole e medie imprese”
per l’attuazione proprio dello “Small Business
Act”, per esporgli quelle che potevano essere
le preoccupazioni, ma alla fine si è rivelato un
nulla di fatto. Il Ministro ha dato priorità ai
temi dell’internazionalizzazione, della ricerca
e del credito. Nessuna percentuale garantita.
Di fatto rimarrà tutto come prima, crisi permettendo.
Quel poco che rimane del mercato
per l’impresa di piccole dimensioni, produce
una concorrenza tale che alcune aziende, pur
di aggiudicarsi anche un piccolo lotto,
vendono a prezzi sotto costo, con l’immaginabile
conseguenza del non rispetto delle
regole fiscali e contributive».
Ma il precedente Ministro Bersani si era
impegnato sotto alcuni aspetti…
«Il precedente Governo aveva disposto la
“responsabilità solidale” del committente
nei riguardi di tutta la catena dell’appalto e
del subappalto, una disposizione che l'attuale
governo ha cancellato per quanto attiene alla
responsabilità del committente. Non è difficile
immaginare cosa ha prodotto questa svolta: il
committente appalta al prezzo più basso disinteressandosi,
a ragione, di cosa potrà fare
l’appaltatore per “starci dentro”».
::: (ALCUNI) numeri
50.000.000.000 il debito della pubblica amministrazione nei
confronti di imprese di pulizia e di servizi.
600 la media dei giorni di ritardo nei pagamenti della pubblica
ammistrazione nella regione Campania.
500.000 circa gli addetti assorbiti dal settore dei servizi.
85% la percentuale dei costi assorbiti dalla sola manodopera.
50% la percentuale relativa alla perdita di lavoro per alcune Pmi.
200 le aziende iscritte ad Anip, che rappresentano un fatturato di
980.000.000 di euro e occupano 30.000 addetti.
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| [novembre 2008] Ambienti sempre più SICURI | 
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| [novembre 2008] Presente e futuro: CAI SERVICE E PULIVERDE. PROTAGONISTI | 
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| [ottobre 2008] Verso una specializzazione GLOBALE. PROTAGONISTI di F. Tozzi | 
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| [settembre 2008] Comac e Vemac, UN LEGAME PROFONDO PROTAGONISTI di R. Lupi | 
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| [maggio 2008] UNIONE EUROPEA: le imprese del cleaning di C. Merlini | 
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