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::: Quando ci vuole ESPERIENZA (e tecnica) di Costantino Zanatta -----------------------------------------------------------
Passo dopo
passo,
illustriamo
le delicate fasi
di pulizia
e ripristino
dell’antico
campanile
in pietra della
chiesa di San
Martino
di Castions
di Strada,
in provincia
di Udine.
Siamo a Castions di Strada (Cjasteons di
Strade in friulano), un piccolo comune
di 3.800 abitanti circa nella provincia
di Udine.
Uno dei principali luoghi di interesse del paese
è la chiesa di San Martino, la più antica di
Castions (risale al Duecento). La costruzione
si trova un po' fuori dal centro abitato e ha
subito nel tempo numerosi rimaneggiamenti;
una curiosità: intorno a essa pare sorgesse
il quartiere longobardo nell'epoca in cui Castions fu presidio militare di quel popolo.
L'edificio ha aula unica a pianta rettangolare
e abside semicircolare. La facciata è dominata
dalla mole del campanile a pigna, sul quale si
aprono quattro bifore romaniche. E proprio
il campanile è stato oggetto recentemente di
un significativo intervento di ripristino, del
quale mi sono occupato insieme a uno staff
di tecnici specializzati nell’arte del restauro
conservativo. Fondamentali, prima di iniziare,
sono stati i sopralluoghi preventivi, al fine di identificare la tipologia di intervento più
appropriata. In questa fase siamo stati messi
a dura prova dall’azienda appaltante, la Sguassero
di S. Giorgio di Nogaro, e dagli organi
di controllo delle sovrintendenze: ogni stadio
dell’intervento (ripulitura generale, consolidamenti
vari, restauro e ricostruzione delle parti
mancanti, rifacimento totale del tetto) doveva
essere esposto nei minimi particolari, descrivendo
con precisione i materiali impiegati e
le tecniche dell’intervento.
::: Per “convincere” le sovrintendenze…
Prima che ci venisse affidato l’incarico, abbiamo
avuto il nostro “bel da fare”. Abbiamo
inviato ben due preventivi con le spiegazioni
dettagliate dell’intervento e dei materiali e
non nascondo che non è stato così semplice
convincere le sovrintendenze ad accettare un
sistema di ripulitura generale delle parti lapidee
del campanile eseguita con una tecnica di
sabbiatura a umido, modulata e calibrata sia
sulle pressioni di esercizio sia sulla tipologia
di inerte utilizzato. Per sabbiatura a umido
si intende un sistema di pulitura che utilizza
inerti e acqua combinati nel serbatoio di carico,
spinti poi da un compressore volumetrico
con una pressione di esercizio di circa 3-4 bar;
il tutto è possibile se si ha a disposizione una
buona macchina operatrice, che possa dosare
bene la quantità di inerte con la relativa miscelazione
con l’acqua, oltre a poter regolare la
pressione di esercizio. L’ultimo ostacolo è stata
la dimostrazione pratica del sistema di pulitura,
che abbiamo eseguito in presenza delle
sovrintendenze e dell’impresa appaltante.
Prova superata: ci è stato affidato l’appalto.
::: Iniziano i lavori
Il campanile era composto da blocchi di pietra
carsica sino alla base della torre campanaria:
da quel punto cominciava la parte in pietra
chiamata “marna”, molto simile a un’arenaria,
con tipiche esfoliazioni superficiali, anche
consistenti. La cornice sotto il tetto era costituita
anch’essa da pietra carsica. La prima fase
del nostro intervento è stata la scalpellinatura
della malta delle fughe tra i blocchi in pietra
che componevano la struttura del campanile.
La scalpellinatura si può eseguire in maniera
violenta, con i classici demolitori elettrici, o in
maniera più delicata - come è stato fatto - con
piccoli scalpelli ad aria compressa, facendo
attenzione alle parti degradate. Le fughe, in
effetti, erano state ricostruite qualche anno
prima senza tener conto della tipologia di impasto
originale utilizzato, si notavano infatti
zone con stuccature in sabbia e calce, zone
con stuccature disomogenee in cemento e
altre zone ancora diverse. Oltre alle fughe un
po’ “insolite”, molti blocchi di pietra si trovavano
in discreto stato di degrado, con crepe,
esfoliazioni e parti in fase di distacco. Il cornicione
in pietra carsica alla base della torre
campanaria non esisteva quasi più, solamente su alcuni tratti si distingueva ancora la forma
originale della lavorazione della pietra.
::: La ripulitura delle superfici
Una volta terminata la fase di apertura delle fughe,
è iniziata la ripulitura delle superfici - con
il sistema di sabbiatura Torbo - dallo sporco
meteorico e organico stratificato, dalle alghe
e i licheni formatisi nel tempo e dai residui di
stuccatura. Sembra un paradosso, ma il sistema
di sabbiatura a umido si pratica dal basso
verso l’alto e non viceversa, questo perché
durante l’esecuzione dei lavori si accumula
lo sporco rimosso, per cui dopo poco risulta
difficile capire se si sta facendo un buon
lavoro oppure se si sta solamente spostando
lo sporco da un posto a un altro. Terminata la
sabbiatura, abbiamo proceduto a un lavaggio
con acqua delle parti in pietra, questa volta
cominciando dall’alto e procedendo verso il
basso.
::: Il fissaggio e il ripristino
Successivamente abbiamo continuato con il
fissaggio delle parti di pietra carsica in fase di
distacco eseguendo, ove possibile, un rinforzo
strutturale previa foratura e inserimento di
una barra in vetroresina adeguata alla portata,
fissata con resina epossidica bicomponente.
Nelle parti dove non era possibile eseguire la
saldatura con la resina epossidica, il fissaggio
è stato fatto con una miscela di malte a base
di calce, polvere di marmo, cemento bianco,
ossidi coloranti e resine adesive in polvere.
Una volta indurita la resina o la malta, l’eventuale
“colatura” è stata rimossa mediante una
leggera abrasione con smerigliatrice munita
di disco di carta abrasiva (grossa o fine, a seconda
della necessità). Per la parte della torre
campanaria in pietra marna con esfoliazioni
superficiali, si è proceduto pazientemente
con l’iniezione nelle crepe e “sotto pelle” di
resine, utilizzando una grossa siringa; anche
qui gli eccessi sono stati rimossi con leggera
carteggiatura. Anche la “chiave” di un arco
della torre campanaria in pietra marna è
stata saldata forando in profondità le parti e
inserendo due barre in vetroresina, annegate
nella resina epossidica; successivamente,
dopo la ripulitura, è stata stuccata con una
miscela appropriata di malte, dandole la sagoma
originaria. Sulle parti di pietra marna sono
state applicate successivamente più mani di impregnante consolidante a base di “silicato di
etile” con proprietà consolidanti per la pietra
degradata, iniettando il prodotto attraverso le
crepe visibili e irrorando e strofinando a pennello
tutte le altre parti a più passaggi “umido
su umido”, in modo che potesse impregnarsi
maggiormente. In questo modo siamo riusciti
a “consolidare” una scorza di alcuni millimetri
di pietra (per ottenere un risultato più profondo,
sarebbe stato necessario poter immergere
“il pezzo” nel prodotto consolidante, lasciarvelo
per un pò di tempo e quindi farlo asciugare
per alcuni mesi).
::: La ricostruzione del cornicione
Un intervento decisamente impegnativo è
stata la ricostruzione del cornicione alla base
della torre campanaria. Abbiamo prima di tutto
ricavato la sagoma dai residui ancora visibili,
quindi, con lo stampo in lamiera, abbiamo ricostruito
un lato intero del cornicione.
Nel frattempo, dove doveva essere ricostruita
la cornice, è stata realizzata un’armatura con
perni in vetroresina di grosso diametro, inseriti
in fori inclinati sulle parti in pietra ancora
solide e saldati successivamente con la resina
epossidica; i perni sono stati “collegati” tra loro da verghe più sottili di vetroresina, creando
una specie di armatura a gabbia. Sono stati
usati perni in vetroresina perché non si corrodono
nel tempo, non subiscono cambi dimensionali
con la naturale escursione termica estate/
inverno o giorno/notte e sono facilmente
lavorabili (le sovrintendenze li consigliano al
posto dei perni in acciaio). Dopo aver fissato
gli stampi sui lati del campanile, uno alla volta,
è stata colata la malta, composta da calce,
polvere di marmo, cemento bianco e ossidi
coloranti, il tutto additivato da una dose importante
di resine in polvere, che avevano la
funzione di migliorare l’adesività delle malte.
Una volta disarmato il pezzo, si è provveduto
a carteggiare le imperfezioni, le creste e le
bordature di malta, per dare una uniformità al
tutto. Queste operazioni sono state ripetute
per i quattro lati del campanile.
::: Sotto il tetto…
La cornice sottostante il tetto presentava dei
blocchi in pietra con crepe, oltre a pezzi di
notevoli dimensioni.
Per le operazioni di fissaggio abbiamo osservato come originariamente avessero agganciato i
pezzi in pietra agli angoli ovvero con il sistema
delle zanche in ferro “saldate” con fusioni in
piombo su fori precedentemente scavati con
scalpellinatura. Bene, noi abbiamo copiato
questa tecnica, forando prima con un trapano
e poi agganciando le due parti con zanche in
ferro sottile (del diametro di 4 millimetri). Una
volta effettuata la saldatura con una colatura
di resina epossidica nei fori, il tutto è stato
lasciato a vista, perché la riparazione sarebbe stata poi nascosta dal tetto, ricostruito ex novo.
Nelle parti che si stavano distaccando, gravemente
ammalorate, abbiamo inserito perni in
vetroresina saldati con resina; successivamente
abbiamo rifinito le parti a vista con malte additivate.
A questo punto mancava solamente la ricostruzione
delle fughe con malta appropriata e
il trattamento protettivo finale. Per la miscela
di malta per le fughe, abbiamo cercato di trovare
la giusta combinazione di sabbia fine e
grossa (in eguali proporzioni), calce e cemento
bianco. L’obiettivo era fare assomigliare il più
possibile il risultato alle stuccature originali.
Durante queste fasi è fondamentale non tornare
a sporcare le superfici: bisogna lasciare
seccare parzialmente la stuccatura e ripulirla
a secco con spazzole dure sino alla rimozione
degli eccessi. Dopo la spazzolatura, se necessario,
basta ripassare con una spugna umida
per la rimozione dell’eventuale velatura lasciata
dalle malte.
Una volta che le superfici si sono asciugate, si
è passati alla fase di protezione idrorepellente,
effettuata con un impregnante silossanico in
base solvente, irrorato con una pompa a bassa
pressione; quindi si è proceduto alla uniformazione
delle eventuali colature. Tali operazioni
sono state effettuate anche sulle parti in
marna, anche se preventivamente erano state
impregnate con consolidanti.
::: Il fascino del tempo
Prima di chiudere, una precisazione: vista la
mole e la tipologia dell’intervento, non è necessaria
in questi casi una cura maniacale delle
finiture, come quando ci si trova in un’abitazione
privata… Un po’ di velatura della malta, un
po’ di stuccatura residua, una crepa sfuggita e
ancora visibile, una stuccatura mancante fanno
sembrare il manufatto antico; deve rimanere
un po’ del fascino dell’usura del tempo. Non
possiamo - e non dobbiamo - pretendere di far
diventare totalmente nuova una costruzione
che ha centinaia di anni, così come non è giusto
portare a nuovo un monumento che il tempo
ha segnato. Certi interventi di pulitura su
opere o monumenti antichi, in effetti, possono
eliminare quella che viene comunemente definita
“patina del tempo”, patina che, una volta
persa, nessun intervento umano - e tantomeno
nessun prodotto chimico - riesce a ricostruire.
Nell’approcciarsi a lavori di questo genere, la domanda a cui dobbiamo rispondere è: come
possiamo eseguire l’intervento rispettando
il più possibile il manufatto? Non possiamo
certo pensare di eseguire interventi con le
stesse tecniche dei nostri avi, ma, imparando
da queste, possiamo cercare di coniugare il
rispetto dell’antica arte con la modernità di
tecniche e prodotti rispettosi dei materiali con
i quali entriamo in contatto. Ogni intervento
di pulitura e di trattamento protettivo lascia il
suo segno e potrebbe diventare deleterio se
non si tiene conto, eseguendolo, della tipologia
dei materiali, delle condizioni in cui si
trovano, delle località in cui sono situati (una
cosa è che essi si trovino a Venezia, altra cosa
è che essi siano a Cortina o Trieste), dei fattori
di degrado ambientale, degli eventuali interventi
invasivi eseguiti precedentemente con
superficialità, non percependo sulla propria
pelle quella sensazione di rispetto dei manufatti
costruiti da chi forse ne sapeva più di noi.
Nessuno nasce maestro, mi diceva sempre mia
madre, e oggi mi rendo conto sempre più di
quanto sia importante osservare quello che,
con pochi mezzi, sono riusciti a fare i nostri
antenati, invece di partire dal punto di vista
che ai nostri giorni e con le tecniche in nostro
possesso possiamo fare tutto.
Solo il tempo ci dirà (o dirà a chi verrà dopo di
noi) se i nostri interventi sono stati fatti bene,
con cognizione di causa, o dettati solamente
da tempi imposti dalla modernità attuale.
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