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Mio figlio non sarà mai come me….


La storia è sempre quella, una storia di fatica.

Fatica nel fare bene e nell’essere giusti, perché un imprenditore che abbia il senso della responsabilità, soprattutto se pensa che la sua responsabilità non sia solo di natura privata, ma abbia innanzitutto una valenza sociale, deve agire contemporaneamente per il bene della propria azienda, per il bene della propria famiglia, e, ovviamente, per il suo proprio bene, per il suo equilibrio di uomo.
È la storia di un rapporto padre e fi glio di dolore e di incomunicabilità.
La storia di un fi glio che non sarebbe mai potuto diventare come il padre, perché non ce n’erano i presupposti. Il padre aveva costruito l’azienda e l’aveva costruita sana, positiva, effi ciente. Ma l’aveva costruita sulla spinta di una rivalsa, che spesso aveva avuto i connotati del rancore.
Infatti, fin da piccolo aveva dovuto dimostrare al fratello maggiore, che aveva fatto le veci del padre morto prematuramente, di essere alla sua altezza. Ma il fratello maggiore non era mai stato tenero con lui, anzi, per temprarlo contro le diffi coltà della vita, lo aveva sempre spronato con asprezza, frapponendogli ostacoli su ostacoli da superare. Per sopravvivere, lui uomo di grande bontà, aveva dovuto corazzarsi, mimetizzare la sua vera indole, indossando una maschera di durezza, che aveva esibito, sino a diventare una sua seconda natura, sia in ambito lavorativo, verso dipendenti, collaboratori, clienti, concorrenti, sia in ambito familiare, verso i fi gli.
L’unica persona che aveva saputo vedere l’uomo vero sotto quella corazza, che lo aveva da sempre capito, era la moglie, che continuava ad adorare questo marito “roccioso” e carismatico, che viveva nel lavoro il suo riscatto personale: non tanto nell’impresa che aveva portato al successo, quanto nel lavoro, anch’esso duro, senza concessioni, quasi un rito espiatorio che porta alla personale catarsi.
Ma laddove può l’amore di una moglie, che in primo luogo è dedizione, non arriva l’amore, per quanto presente, dei fi gli, che invece è richiesta, di affetto, di apprezzamento, di orgoglioso riconoscimento. Lui, invece, il padre, aveva riservato ai fi gli, maschio e femmina, ma soprattutto al maschio, lo stesso trattamento ricevuto a suo tempo da suo fratello. Quel modello aveva avuto e quel modello aveva replicato. In buona fede. Ma mentre per lui, a suo tempo, la necessità anche materiale era stata una componente importante e aveva in parte giustifi cato la durezza educativa, scatenando la rivalsa, ora, a distanza di trent’anni, per il fi glio non si ponevano le medesime condizioni.
Cresciuto in una certa agiatezza, non aveva dovuto farsi largo con le unghie e con i denti. Altre erano le mancanze che avevano segnato la sua adolescenza. E questo è un problema generazionale di grande delicatezza. Il padre aveva voluto dimostrare al fratello di essere bravo quanto lui, se non di più, inseguendo la stabilità e la sicurezza economica messa in crisi dalla scomparsa del padre.
Suo figlio no, per cui non capiva il ragionamento paterno sconfi nante nell’accusa: “io non ho avuto niente e ho dato tutto, tu, siccome hai tutto, dovresti dare più di me”. Avendogli dato tutto, materialmente, riteneva di avere assolto al suo compito di padre e ora avrebbe voluto un riscontro di riconoscenza. Da qui l’amarezza, rivelata al consulente, nel dover constatare che “mio fi glio non sarà mai come me, perché non va mai in azienda il sabato e la domenica. In settimana c’è, ma la domenica fa altre cose…”. Il padre aveva bisogno che il figlio dimostrasse dedizione totale, assoluta al lavoro, all’azienda, perché il lavoro è vita. Il figlio aveva, invece, bisogno di “famiglia”, di legami personali, di relazioni, di gesti condivisi.
Tutto ciò che gli era mancato. “Non voglio diventare come mio padre, essere come lui, perché, a mia volta, sono diventato padre e non voglio che i miei fi gli vivano in solitudine. Mio padre, per dimostrare di essere forte e bravo, di costruire qualcosa per noi fi gli, in realtà per se stesso, non ci ha fatto vivere il suo ruolo di genitore”.
Per il fi glio il lavoro è una componente della vita, non la vita. Lui vuole una vita di relazioni, di rapporti, di frequentazioni, di sentimenti espressi. Questo vuole dare ai suoi fi gli, far capire loro che è importante vivere e che all’interno della vita c’è anche il lavoro.
Un dialogo tra sordi. Un dialogo che crea incomunicabilità e sofferenza. Un conflitto tra generazioni che diventa anche un confl itto di genere. Anche le donne della famiglia, infatti, sono parte in causa, per il ruolo che rivestono, per quello che potrebbero rivestire, e sopportano un pesante fardello di lacrime.
C’è una moglie/madre che piange sul rapporto tra padre e fi glio, sapendo che c’è tra loro un muro impenetrabile. Piange la sorella/fi glia/moglie: non riesce a comprendere la dinamica. all’interno della sua famiglia, tra le figure maschili, padre, fratello e marito, che è stato cooptato in azienda. Fatto che lui ha accettato non perché ha sposato la figlia del proprietario, ma perché ha sposato una donna che ama. Pertanto anche lui, come il cognato, non ha motivi di rivalsa, non deve scalare posizioni. E proprio per questo, viene considerato, dal suocero/imprenditore, alla stregua del fi glio, con poca stima, e non gli si affi dano mansioni di responsabilità o posizioni di potere.
E la figlia soffre di questa situazione, capisce il marito, che ha scelto e continua a scegliere, con il quale vive un bellissimo rapporto di coppia, ma avverte anche la tensione, palpabile, che si crea in famiglia, nella sua famiglia d’origine, per la disapprovazione evidente da parte del padre, e in azienda, dove si riporta il medesimo clima che si vive all’esterno. Eppure sono, tutte, persone che si vogliono bene, persone buone, genuine, che non sanno parlarsi e non sanno capirsi, e proprio perché si amano soffrono maggiormente.
Poi, un giorno, una domenica mattina, il consulente passa per caso davanti all’azienda e scorge il cancello aperto. Spinto dalla curiosità, entra e vede, nel capannone, l’imprenditore su un muletto per bancali, insieme con un bambino: è il nipote, fi glio del fi glio maschio, che si trova a suo agio e si rivolge al nonno: “Vero che mi porterai qui tutte le domeniche a lavorare in azienda? Mi diverto tantissimo e quando sarò grande verrò a lavorare qui di domenica”!
Il sorriso del nonno spazza via l’amarezza. Ancora una volta vive una sua personale rivincita. La vita ha saldato il suo conto con lui. Il figlio non sarà mai come lui… ma il nipote sì!

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