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Chiudere il cerchio è difficile…ma si deve fare

Il 2 marzo scorso, a Bologna, si è tenuto un interessante incontro, organizzato da Soligena, dal titolo, “Il futuro del pulito è oggi”, che ha voluto fare il punto sul “fattore green”, sui “costi del ciclo di vita” e sull’”Economica Circolare”, alla luce del nuovo codice degli appalti per le pubbliche amministrazioni, tenendo però in considerazione anche l’ambito del privato

di Noemi Boggero
Economia Circolare, cui afferiscono i termini Green, LCC (costi del ciclo di vita dei prodotti), CAM (Criteri Ambientali Minimi ) è una delle “parole chiave” che qualificano uno dei due enormi temi – quello ambientale – (l’altro è quello della “quarta rivoluzione industriale”),  che oggi catalizzano l’attenzione dell’economia mondiale nell’ottica di ripensare completamente il proprio ciclo produttivo.

Ma che cos’è l’”economia circolare”?
Lo ha spiegato, in apertura dei lavori, il professor Fabio Iraldo, Direttore di Ricerca presso l’IEFE (Istituto di Economia e Politica dell’Energia e dell’Ambiente dell’Università Bocconi di Milano, coordinatore dal 2014 dell’Osservatorio Green Economy (GEO) dell’ateneo lombardo. Secondo la  Ellen MacArthur Foundation (l’associazione inglese leader, nel mondo, per la promozione e lo sviluppo dell’economia circolare) è «un’economia progettata per potersi rigenerare da sola, in cui i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera».  E ancora, sempre secondo la Ellen MacArthur Foundation, è un’economia che «mira a basarsi esclusivamente su fonti energetiche rinnovabili, a minimizzare, tracciare ed eliminare l’uso di sostanze chimiche tossiche e a eliminare rifiuti e sprechi mediante un’attenta progettazione». In quest’ottica, a luglio, 2014, la Commissione Europea ha pubblicato una “Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo, al Consiglio, al Comitato Economico e Sociale Europeo e al Comitato delle Regioni” dal titolo “Verso un’economia circolare: programma per un’Europa a zero rifiuti” in cui si sottolinea che «…Nei sistemi di economia circolare i prodotti mantengono il loro valore aggiunto il più a lungo possibile e non ci sono rifiuti. Quando un prodotto raggiunge la fine del ciclo di vita, le risorse restano all’interno del sistema economico, in modo da poter essere riutilizzate più volte a fini produttivi e creare così nuovo valore. Per passare ad un’economia più circolare occorre apportare cambiamenti nell’insieme delle catene di valore, dalla progettazione dei prodotti ai modelli di mercato e di impresa, dai metodi di trasformazione dei rifiuti in risorse alle modalità di consumo: ciò implica un vero e proprio cambiamento sistemico e un forte impulso innovativo, non solo sul piano della tecnologia, ma anche dell’organizzazione, della società, dei metodi di finanziamento e delle politiche. Anche in un’economia fortemente circolare permane qualche elemento di linearità, poiché non si arresta la domanda di risorse vergini e si producono rifiuti residui che vanno smaltiti…” Già nel 1995, l’economista americano Michael R. Porter aveva affermato che: «L’inquinamento è una forma di spreco economico, che implica l’utilizzo non necessario, inefficiente o incompleto, di risorse. Spesso le emissioni sono un segnale di inefficienza e impongono a un’organizzazione il compimento di attività che non generano valore, quali la gestione, lo stoccaggio e lo smaltimento dei rifiuti prodotti. … Qualunque flusso di risorse sprecate come i rifiuti, i residui, la sovrapproduzione, è una perdita per l’azienda». Porter si riferiva a un modello di economia tradizionale, quello dominante ancora oggi, basato sull’utilizzo di risorse erroneamente ritenute disponibili in quantità illimitate,  e aveva teorizzato  un’”economia circolare” non tanto dal punto di vista ambientale, quanto piuttosto da quello aziendale, partendo quindi da motivazioni economiche, per cui, osservando ciò che accade nel ciclo produttivo, si sarebbero potuti individuare margini di efficienza eliminando gli sprechi, evitando i rifiuti e/o aumentando l’efficienza  nell’utilizzo delle risorse. Oggi alle motivazioni di Porter si sommano le esigenze ambientali, perché il presupposto dell’ “economia lineare”, quello della illimitata disponibilità delle risorse è caduto.  Per cui occorre passare dal modello basato sulla linearità – prendo – uso – butto, ossia utilizzo le risorse e quelle che non utilizzo le butto via –  al modello circolare, secondo il quale si deve tentare di rimettere tutto in circolo nelle diverse fasi della filiera, riutilizzando tutto e non sprecando nulla, in modo da chiudere il cerchio. Ma è davvero possibile convertire tout court l’economia lineare in economia circolare? Secondo il professor Iraldo no, perché, nonostante ci siano iniziative e azioni mirate a raggiungere la circolarità,  nell’attuale sistema produttivo si è lontani dalla “chiusura del cerchio”, ossia dalla possibilità di riutilizzare, recuperare, riciclare davvero tutto ciò che verrebbe scartato. In effetti, per esempio, continuano a crescere i quantitativi di materie prime utilizzate, tanto è vero che si stima che nel 2020 si immetterà nell’economia globale il 30% in più di materie prime da utilizzare indiscriminatamente, arrivando a 82 miliardi di tonnellate. E, nel contempo, solo un terzo dei metalli più comuni ha un tasso di riciclo superiore al 25%. In ogni punto della catena, poi, si producono rifiuti legati alla specifica fase.

I freni del sistema
La ricerca condotta dall’Osservatorio dell’Università Bocconi, ha evidenziato che esistono “forze centrifughe”, che, in ogni passaggio della catena, impediscono la chiusura del cerchio. A partire dalla legislazione, che pone vincoli normativi all’utilizzo delle materie prime seconde. O dalla scarsa conoscenza, sia da parte dei produttori che dei consumatori, degli impatti ambientali  causati dai prodotti o dai servizi. E ancora, il fatto che le politiche aziendali guardano al breve o brevissimo termine, e raramente si pongono obiettivi che abbiano tempi più lunghi di realizzazione, come il miglioramento delle performance ambientali.  Inoltre, clienti e consumatori, per abitudine e per cultura, non sono ancora pronti ad acquistare prodotti, realizzati con materiale riciclato, le cui performance sono inferiori a quelli realizzati con materie prime vergini. Queste le “inerzie”, dei mercati, nello sviluppo tecnologico, nelle infrastrutture, che vanno superate per realizzare la circolarità dell’economia.

Abbattere le barriere
È possibile superare queste barriere? Secondo il professor Iraldo sta già in parte succedendo, soprattutto per merito di  aziende singole, che fanno economia circolare a dispetto di tutto, perché spinte da  auto incentivi, come il recupero, il riciclo, il riutilizzo di materie prime, il riprodurre e il rigenerare i propri prodotti per reimmetterli sul mercato. L’Osservatorio ha mappato molte di queste aziende, che hanno identificato, internamente, alcuni fattori che hanno consentito di superare le inerzie, fungendo da forze centripete a favore della circolarità.

Approvvigionamento: Mapei: Re-con-zero
Ogni anno, in tutto il mondo, vengono prodotti 10 miliardi me metri cubi di calcestruzzo, il cui principale rifiuto è costituito dal “calcestruzzo reso”, che ritorna all’impianto di produzione o va in discarica. Negli  Stati Uniti si tratta del 5% della produzione totale, in Giappone e in Europa del 2%. Mapei, azienda che aderisce all’osservatorio GEO, ha realizzato RE-CON-ZERO, un additivo che trasforma il calcestruzzo reso in una nuova materia prima granulare, interamente utilizzato come aggregato per la produzione del calcestruzzo, senza alcuna produzione di rifiuti, risparmiando fino a 265 Kg di CO2 per m3 di cemento restituito. RE-CON-ZERO estende la vita utile del calcestruzzo e attua la riduzione di materiali pericolosi o difficilmente riciclabili in prodotti o processi.


Progettazione: Werner & Mertz

Da tempo l’azienda tedesca, che non aderisce a GEO, ma fa parte del comparto del cleaning professionale, investe in packaging, per la gamma di prodotti “green care”, che utilizza esclusivamente materie prime provenienti dalla raccolta differenziata della plastica. I flaconi utilizzati sono costituiti al 100% di HDPE riciclato post consumo, che non viene colorato per semplificare i processi di riciclo quando non verranno più utilizzati e diverranno a loro volta materia prima per nuovi lavori. Werner & Mertz è certificata Cradle to Cradle®. Produzione: Barilla “Cartacrusca”
Interessante, relativamente alla fase di produzione, l’iniziativa di Barilla, altra azienda aderente al GEO. Barilla, in collaborazione con la Favini di Rossano Veneto, recupera la crusca derivante dalla macinazione dei cereali e la reimmette nel ciclo produttivo trasformandola in nuova materia prima per la produzione di carta. Nella produzione di “Cartacrusca” viene emesso il 22% in meno di CO2 per tonnellata rispetto alla produzione standard.


Distribuzione: Illuminazione come servizio

Philips ha modificato le proprie strategie di business, sostituendo alla vendita dei prodotti quella del servizio di illuminazione, innanzitutto con una particapazione diretta, a livello europeo, in 22 organizzazioni di raccolta e di servizi,  che raccolgono il 40% delle lampadine a mercurio immesse sul mercato, ottenendo un tasso di riciclabilità di oltre il 95%. Il progetto di Philips prevede che i clienti non si accollino né l’elevato costo d’acquisto iniziale delle lampadine, né la gestione del fine vita delle stesse, che l’azienda assume su di sé.


Consumo: Repair Cafè

Un’altra fase del modello circolare è quello che chiama in gioco direttamente il consumatore. Interessante, a questo proposito, la proposta di Repair Café, organizzazione senza scopo di lucro nata in Olanda nel 2007 e ora presente in più di 12 paesi, con circa 400 negozi. Riunisce volontari e persone che riparano i propri piccoli elettrodomestici e altri dispositivi, piuttosto che sostituirli.

Raccolta: Falpi Carrelli Epd
Falpi, azienda del comparto del Cleaning professionale che produce attrezzature, è stata la prima azienda del settore a certificare EPD la serie di carrelli Microrapid e Microtech per dimostrare l’altissimo livello di compatibilità ambientale della produzione in acciaio inox. Inoltre ha avviato un programma di ritiro dei carrelli (dietro pagamento simbolico di 1€) che vengono o ricondizionati e reimmessi sul mercato come usato (in alcuni casi donati in beneficenza), o scomposti nei vari materiali che vengono avviati al riciclo.

Riciclo: Plasmix
È un progetto di collaborazione tra Revet, azienda operante per Corepla, Pontech, centro di ricerca, e Piaggio: 15.000 tonnellate di rifiuti plastici di bassa qualità e composizione eterogenea (film, componenti di giocattoli, bottiglie di detergenti, ecc.) tradizionalmente considerati non riciclabili, sono utilizzati per produrre un mix plastico innovativo, rivenduto a Piaggio, che realizza le componenti plastiche della Vespa.

Quali lezioni trarre?
Il professor Iraldo ha evidenziato come le aziende sviluppino soluzioni “circolari” quando hanno forti incentivi a farlo al proprio interno. Tuttavia, per eliminare le inerzie dovute a regolamentazioni, limiti tecnologici, barriere di mercato eccetera,  servono incentivi esterni: il ruolo delle politiche è cruciale per superare le inerzie e sbloccare le potenzialità dell’economia circolare. E, per essere in armonia col tema proposto, si ritorna al punto di partenza, con un’ulteriore considerazione di Porter che ha dimostrato come: «solo una regolamentazione ambientale, ben progettata e opportunamente costruita, è in grado di innescare l’innovazione, di generare efficienza evitando la produzione di scarti e rifiuti inutili, o recuperandoli ove possibile, e, di conseguenza, incoraggiare fortemente la competitività delle imprese, compensando in parte o del tutto il costo della dovuta conformità legislativa».
In quest’ottica l’Osservatorio GEO ha  avanzato alcune possibili soluzioni per eliminare le “forze centrifughe” che impediscono una piena circolarità dell’economia. Per esempio, ricorrere alla PEF (Product Environmental Footprint), per fornire support al design dei prodotti e informazioni circa l’impatto ambientale in ogni fase della catena.  O considerare, come priorità di business, non solo le performance economiche (il profitto), ma anche quelle ambientali. O, ancora, non applicare l’IVA su prodotti realizzati con materiali riciclati (peraltro vengono utilizzati materiali sui quali già una volta è stata applicata). O defiscalizzare l’adozione di nuove tecnologie a minore impatto ambientale. E infine, sarebbe necessaria una legislazione che favorisse il riuso, il recupero e il riciclo dei materiali.

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