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I “cobot” sono già qui

Collaborare significa, letteralmente, lavorare insieme. Ma i nuovi colleghi, i cosiddetti “robot collaborativi”, stanno a poco a poco scalzando la presenza umana nei siti produttivi e non solo. L’innovazione non si può fermare, ma forse sarebbe bene pensare a governarla 

di Noemi Boggero

Tra le tecnologie abilitanti che caratterizzano la nuova rivoluzione industriale, la robotica e la robotica collaborativa, soprattutto quest’ultima, rivestono un ruolo fondamentale e forse il più controverso. La comparsa dei primi robot industriali avviene intorno agli anni Settanta. Sono strutture di acciaio, dei bracci meccanici, con motori idraulici lenti e imprecisi. In questo periodo il mercato è dominato dagli statunitensi. Il robot è “Un manipolatore con più gradi di libertà, governato automaticamente, riprogrammabile, multiscopo, che può essere fisso sul posto o mobile per utilizzo in applicazioni di automazioni industriali”, secondo la definizione della norma ISO TR/8373-2.3. Il primo esempio di impiego massiccio in Italia è stato in Fiat, dove sono stati introdotti i diversi robot per la saldatura sulle vetture, come il Robogate, un’invenzione italiana adottata, in seguito, da tutte le industrie automobilistiche.

Alla scoperta dei cobot
Dai robot ai cobot, robot collaborativi, il passo è stato breve. Sono nati come aiutanti, per alleviare i lavori faticosi e ripetitivi e ridurre il rischio di infortuni e disturbi muscolo scheletrici. Ma poi i cobot si sono ulteriormente evoluti e da semplici collaboratori degli operatori e dei PC sono diventati sempre più autonomi, imparando direttamente sul campo a modificare il proprio agire sulla base delle necessità. Infatti, a differenza dei robot tradizionali, che, per funzionare, hanno bisogno di essere programmati e riprogrammati, i cobot apprendono work in progress, mentre lavorano, memorizzando e replicando le manovre che sono state loro mostrate pochi minuti prima dall’operatore umano o imparando dai propri errori e dall’esperienza. La convivenza tra robot e operai è resa possibile dal fatto che i robot collaborativi sono dotati di sofisticati meccanismi di sicurezza, per cui, attraverso telecamere e speciali sistemi anticollisioni, coordinano i propri movimenti con quelli dei lavoratori umani, evitando così incidenti.
Qui si entra nel campo della “roboetica”, cioè dell’etica al tempo dei robot, ossia l’insieme dei comportamenti quando nello stesso ambiente convivono e agiscono uomini e robot. Innanzitutto, primum non nocere, ossia le macchine non debbono danneggiare gli essere umani e questo in ossequio alla prima delle “tre leggi della robotica”, proposte a suo tempo da Isaac Asimov:
• Prima Legge della robotica. Un robot non può recare danno a un essere umano e non può permettere che, a causa di un suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
• Seconda Legge della robotica. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
• Terza Legge della robotica. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché la sua autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.
Le tre Leggi appaiono semplici e chiare, univoche, ma, calate nel mondo reale, suscitano problemi e ambiguità, come sta constatando oggi la Comunità Europea nel momento in cui apre il dibattito per normare l’utilizzo dei robot collaborativi.
È vero che quasi sempre si tratta di lavori ripetitivi e usuranti che vengono affidati a un robot per aumentare l’efficienza produttiva.

Lo sviluppo dei cobot
È su quel “quasi sempre” che si gioca il futuro, neanche tanto prossimo. Infatti i cobot, frutto del matrimonio di robot e intelligenza artificiale, hanno avuto uno sviluppo la cui velocità, a partire dal 2012, è stata davvero impressionante, con un crescita media annua superiore al 50%, con un mercato che raggiungerà i 3 miliardi di dollari nel 2020 e che nel giro di dieci anni supererà 12 miliardi di dollari. Si prevede che entro il 2019 più di 1,4 milioni di nuovi robot industriali saranno installati nelle fabbriche di tutto il mondo e diventeranno 3,2 milioni nel 2023. Nella corsa per l’automazione nel settore manifatturiero, attualmente nell’Unione Europea il 65 per cento dei paesi membri utilizza un numero superiore alla media di robot industriali ogni 10.000 dipendenti. Tuttavia i driver di crescita più forti per il settore della robotica si trovano in Cina, che nel 2019 assorbirà circa il 40 per cento del volume del mercato mondiale.
I settori più coinvolti nell’impiego dei robot industriali sono nell’ordine:
1. automobilistico,
2. elettrico ed elettronico,
3. metallurgico,
4. chimico plastico,
5. alimentare.

Tuttavia, la robotica collaborativa può essere virtualmente introdotta in ogni processo di lavorazione, perché non ci sono settori esenti dall’impatto che robot e intelligenza artificiale sono in procinto di determinare: anche la medicina e la chirurgia ne fanno un ampio utilizzo e perfino nell’arte ci sono sperimentazioni in corso.

Le professioni automatizzate
Secondo uno studio del 2013, “The Future of Employment” dell’Università di Oxford, nei prossimi anni il 47% dei lavori sarà a rischio di sostituzione con robot e intelligenza artificiale e, su 702 professioni censite, ben 160 hanno una probabilità maggiore del 90% di essere completamente automatizzate.

Alcuni esempi:
1. L’addetto alla catena di montaggio: Nel 2016 la cinese Foxconn, fornitore di Apple e Samsung, ha sostituito 60.000 dipendenti con 40.000 robot, i foxbot, mentre la fabbrica automatizzata della giapponese Spread ha raddoppiato la produzione giornaliera e la cinese Everwin Precision Technology sta per rimpiazzare con automi il 90% della sua forza lavoro in fabbrica.
2. Il magazziniere: Amazon utilizza le proprie macchine a guida autonoma per spostare scaffali e bancali di oltre 1.300 kg. In questo caso i robot lavorano quotidianamente a fianco dell’uomo.
3. Il conducente di autobus, tassista e camionista: i veicoli a guida automatica stanno diventando sempre più di una realtà con le tecnologie già in uso oggi, come la guida assistita delle auto di Tesla, le macchine automatizzate di Uber o l’accordo tra FCA e Google sulla self-driving Pacifica, che prevede la produzione in serie entro il 2020.
4. L’operatore di call center o di telemarketing: Amelia è un robot cognitivo pensato per lavorare in azienda, principalmente nell’ambito dell’assistenza ai clienti. È un avatar femminile che appare sullo schermo del computer sotto forma di ologramma. Grazie alla sua intelligenza artificiale, comprende il nostro linguaggio e le sue sfumature e impara dall’esperienza. Questa segretaria robot non si limita a memorizzare meccanicamente le informazioni che vengono immesse nel suo cervello artificiale, ma le contestualizza, mettendole in correlazione con le altre che ha acquisito in precedenza. Il suo è un processo di arricchimento continuo e potenzialmente infinito. Amelia robot parla trenta lingue, dall’inglese al giapponese, è in grado di gestire contemporaneamente migliaia di conversazioni, e se non conosce la risposta a una domanda la cerca su Internet, si documenta e apprende.
5. Il barman: sulle navi da crociera “Quantum of the Seas” e “Anthem of the Seas” di Royal Carribbean c’è un bar bionico, ideato dalla start-up italiana Makr Shakr. Un barista d’acciaio con due enormi bracci meccanici, simili a quelli delle catene di montaggio, crea e serve drink per tutti i gusti. Per ordinarli si usa un semplice tablet, e il cocktail è servito. I due bracci robotici mixano e versano una serie quasi illimitata di drink. I movimenti e i gesti dei robot sono stati ideati dal coreografo italiano Marco Pelle del New York Theatre Ballet.
6. Il farmacista: Grande come un armadio, dotato di un braccio meccanico e di un complesso software, Apoteca è il robot, di produzione italiana e installato nell’Istituto di Candiolo, per la preparazione delle terapie farmacologiche, in particolare quelle a base di prodotti oncologici. Mach4PharmaSystem può essere inserito in farmacia: il medico chiede e il robot esegue scegliendo i medicinali.

7. L’addetto alle vendite al dettaglio: Nestlé utilizza il robot umanoide Pepper per vendere le cialde e le macchine da caffè Dolce Gusto e per rispondere alle domande dei clienti nei grandi magazzini in Giappone. I robot sono stati lanciati in 1.000 punti vendita nel paese.
8. L’addetto alla reception: è un robot a effettuare il check-in degli ospiti di Henn-NA Hotel a Nagasaki, e un androide multilingua accoglie i clienti presso la filiale principale della Bank of Tokyo-Mitsubishi nel centro di Tokyo.

9. Il militare: già da una quindicina di anni l’esercito statunitense impiega robot per le operazioni più pericolose. Il generale Robert Core ha dichiarato che entro il 2030 IL 25%o delle truppe da combattimento americane sarà sostituito da robot.

10. Il contadino: negli Stati Uniti è nato Prospero, automa-contadino, utilizzato per ispezioni di terreno, per operazioni di diserbo, e di semina.

11. Il giornalista: in particolare quello economico e quello sportivo. Wordsmith Beta è un “compositore automatico” di testi, con applicazioni che spaziano dall’e-commerce alla redazione di report aziendali. Quill, un programma sviluppato da Narrative Science, ha permesso di scrivere brevi notizie sportive, mentre si ritiene che i robot non siano adatti alla scrittura creativa. E via dicendo.

I cobot sostituiranno gli esseri umani?
Continuano a essere ideati robot che si stanno posizionando in ambiti finora insospettabili e che occuperanno posizioni non più limitate a lavori ripetitivi o alienanti. Infatti le nuove generazioni di cobot presuppongono capacità di scelta, di elaborazione autonoma, di operatività in tempi ridottissimi e senza pause. Ferie, festività, malattia: costi che non saranno più in capo alle aziende e che renderanno il lavoro solamente redditizio oltre che maggiormente produttivo. Tanto è vero che è iniziato, sebbene ancora in sordina, il fenomeno inverso alla delocalizzazione. Non è più conveniente spostare all’est la produzione per abbattere il costo del lavoro, quando i robot possono sostituire la manodopera.
Quanti posti di lavoro andranno persi? E, soprattutto, verranno compensati? Domande che incontrano risposte imbarazzate, anzi non risposte.
Un’analisi puntuale svolta da World Economic Forum di Davos nel 2016 nei 15 principali Paesi a livello mondiale ha ipotizzato che da qui al 2020 ci sarà una riduzione netta di posti di lavoro pari a 5,1 milioni, la cifra è il risultato del saldo tra un -7,1 milioni di posti persi e un +2 milioni di nuovi posti creati.
Il che costituisce un problema, un grave problema se anche Bill Gates recentemente ha avanzato una proposta, che è stata considerata provocatoria, ma che ha un suo perché: «Se un lavoratore umano guadagna 50mila dollari lavorando in una fabbrica, il suo reddito è tassato. Se un robot svolge il suo stesso lavoro dovrebbe essere tassato al suo stesso livello». L’obiettivo della proposta è recuperare risorse per aiutare chi esce forzosamente dal mondo del lavoro, per evitare effetti dirompenti e devastanti.
Dal mondo industriale si sono levate numerose proteste, quasi che Bill Gates avesse voluto frenare il progresso. Ma qualcosa bisognerà fare, altrimenti il tessuto sociale subirà pericolose lacerazioni.

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