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Ma cosa mangiamo realmente?

Nonostante il livello di attenzione a ciò che mettiamo nel piatto sia oggi piuttosto alto, i pericoli a cui siamo esposti quando facciamo la spesa sono sempre in agguato. L’industria alimentare è un Far West in cui l’imperativo è: smerciare qualsiasi tipo di prodotto o materia prima, in qualsiasi modo e con qualsiasi mezzo, ottenendo il maggior margine di guadagno possibile. Parola di Christophe Brusset

Il Parlamento Europeo, lo scorso anno, ha adottato una storica risoluzione per l’indicazione obbligatoria del Paese d’origine o del luogo di provenienza per tutti i tipi di latte destinati al consumo diretto nonché  ai prodotti lattiero-caseari e ai prodotti a base di carne.
Non solo, ma il Parlamento europeo ha negato il riconoscimento della Cina come economia di mercato, e ha approvato un pronunciamento per fermare l’inganno dei prodotti alimentari stranieri spacciati per Made in Italy.
Un provvedimento di grande rilevanza se si pensa che – lo dice Coldiretti – che due prosciutti su tre venduti come italiani provengono in realtà da maiali allevati all’estero, che tre cartoni di latte a lunga conservazione su quattro sono stranieri senza indicazione in etichetta, come pure la metà delle mozzarelle e il concentrato di pomodoro che arrivano dalla Cina, con un incremento, nel 2015,  del 379% nel 2015 per un totale di 67 milioni di chili.
L’ennesima benedetta norma a tutela della produzione nazionale e della salute del consumatore, verrebbe voglia di pensare, se non fosse che la realtà ci racconta una storia diversa e ci qualifica non tanto come consumatori, ma come “gonz-umatori”, cui è possibile fare credere di tutto e propinare poi il contrario di quel tutto, anche se, ormai avvertiti da tempo, stiamo attenti a quanto riportato in etichetta e ci illudiamo di operare scelte consapevoli, almeno in fatto di acquisti alimentari.

I gonzi siamo noi
Ma siamo sicuri, quando riempiamo il carrello, di avere effettuato una spesa intelligente e, soprattutto, sana? Controlliamo date di scadenza, leggiamo con attenzione l’elenco degli ingredienti, scorriamo con circospezione i nomi dei conservanti, escludiamo l’olio di palma (il tormentone degli ultimi tempi), evitiamo gli zuccheri troppo raffinati e scegliamo il miele, ci sentiamo sollevati se non troviamo indicazione di additivi vari, ci sentiamo ecologisti se le confezioni dei cibi sono di cartone riciclato.
Virtuosi, ma gonzi! Ce lo assicura Christophe Brusset, ingegnere ed ex manager dell’industria agroalimentare nel suo Paese. Per vent’anni, ha lavorato per vari colossi del cibo, comprando da ogni capo del mondo le materie prime che poi finiscono nelle preparazioni alimentari, nei prodotti o nei piatti pronti, che si comprano al supermercato. E oggi, pentito, svela i meccanismi allucinanti dell’industria alimentare, attraverso un libro, una sorta di pamphlet, dal titolo emblematico “Siete pazzi a mangiarlo!” (ed. Piemme), con tanto di punto esclamativo che sottolinea la categoricità dell’affermazione.
Brusset è francese, ma l’industria alimentare non ha confini (d’altra parte la globalizzazione e la facilità dei commerci intercontinentali rendono tutto il mondo un unico grande mercato comune), cosicché le materie prime compiono lunghi viaggi da una frontiera all’altra, sino a confondere le tracce a eventuali controlli, che sulla carta rispondono a regolamenti estremamente severi e rigorosi.

Il fine giustifica i mezzi
Ma, si sa, fatta la legge, trovato l’inganno, soprattutto se in ballo ci sono profitti milionari, quelli delle grandi multinazionali e dei colossi della distribuzione, indipendentemente da come vengono realizzati.
“Pecunia non olet”, dicevano i latini. Ma se il denaro non puzza mai, il cibo che ci viene propinato non solo puzza (per quanto si cerchi di camuffare la sgradevolezza non solo olfattiva), ma anche è causa, spesso, di tossinfezioni alimentari, nei casi più lievi, e di danni ben più seri alla salute.
Brusset con lucida schiettezza (anche se non fa nomi) ci illustra il meccanismo di un mondo di squali.  D’altra parte, ci avvisa, “un’impresa non è un servizio sociale dello stato” e nel mondo dell’agroalimentare occidentale vige un solo credo: il profitto aziendale. Per raggiungerlo, cioè per comperare a prezzi sempre più bassi per mantenere quote di mercato (la grande distribuzione è una sorta di tagliagola) e profitti, tutto è lecito. Tutto cosa? Per esempio vendere per origano essiccato un mix comprendente in maggior parte un trito di foglie di sommacco, meno nobili e più economiche, ovviamente. E questo è un peccato veniale, se messo in relazione a peperoncino in polvere contenente escrementi di topo, che una volta polverizzati superano qualsiasi eventuale indagine.

Peccati veniali…e no
Come sono pratiche le confezioni monodose di marmellata. Quelle che occhieggiano dagli scaffali di super e ipermercati e che qualificano le colazioni degli hotel più o meno stellati. Marmellata la cui ricetta contempla – cito testualmente – «sciroppo di fruttosio e di glucosio (gli zuccheri naturalmente presenti nella fragola e che quindi potrebbero provenire dalle vere fragole: indispensabili in caso di analisi), acqua, succo concentrato di frutti di bosco (per il colore), acheni di fragola (i semini di cui si sbarazzano i produttori di succo, che nel caso specifico costituiscono il marcatore visivo per conferire autenticità), pectina» -.
Una “semplice” frode? Non proprio, perché il fruttosio utilizzato non proviene dalla frutta, ma da un processo industriale che parte dal mais e dal frumento, da cui si estrae l’amido che viene sottoposto a elettolisi, con l’ausilio di enzimi prodotti da organismi geneticamente modificati ad alto rendimento, che lo trasformano in glucosio. Attraverso un ulteriore procedimento enzimatico si ottiene la conversione del glucosio in fruttosio, più economico dello zucchero di canna o di barbabietola, in grado di stabilizzare meglio il prodotto in cui viene incorporato e, da ultimo ma non ultimo, produttore di un ormone, la grelina, che stimola l’appetito e induce assuefazione.
Ma il fruttosio – quello industriale, non quello naturale – se consumato in dosi eccessive, determina modificazioni metaboliche ed è responsabile dell’insorgenza del diabete, che rappresenta un fattore di rischio cardiovascolare.

L’Europa non vede
Il libro di Brusset è un crescendo di “orrori”, di cui più soggetti sono responsabili, e uniche vittime i “gonzumatori”.
È questo il caso dell’importazione dalla Cina di una grossa partita di tè verde (300 tonnellate importate solo dall’azienda in cui lavorava Brusset) risultato inquinato da dosi di pesticidi in tali quantità da costituire un serio rischio per la salute dei consumatori.
Un’ispezione dell’antifrode aveva bloccato tutta la partita, e l’azienda era in attesa della decisione finale che, nelle aspettative di tutti, avrebbe decretato la distruzione dell’intera partita, con un danno di oltre un milione di Euro. Ma, improvvisamente, era arrivato l’OK dell’antifrode alla vendita del lotto di tè. Una decisione incredibile anche per i cinici funzionari dell’azienda (che la prossima volta avrebbero dirottato direttamente la merce in Africa anziché ai loro clienti abituali!!!!), che ovviamente, si premurarono a smaltire la scorta in tempi brevi: il che significa che quel tè è arrivato regolarmente – abilmente diluito con altre sostanze – sugli scaffali dei supermercati.
Che cos’era successo? Il fatto è che la frode non interessava soltanto la Francia, ma tutto il resto dell’Europa, con un livello di pesticidi ovunque troppo elevato. I servizi sanitari di ogni stato avrebbero dovuto bloccare i lotti e farli distruggere, e gli enti sanitari europei avrebbero dovuto prendere procedimento per tutta l’Unione Europea, rafforzando i controlli alle frontiere, imponendo divieti di importazione eccetera eccetera. Ma la controparte era la Cina, quella Cina che esporta tè, ma importa dall’Europa aerei, vino, automobili, formaggi e altri prodotti europei in quantità proporzionali alla sua popolazione. Perciò, non sarebbe stato opportuno disturbare la tigre sorniona, ma pronta ad azzannare. Ecco quindi il perché le severe e rigorose istituzioni europee hanno chiuso occhi e confidato nella loro buona stella.

Per fare il miele…non ci vuole l’ape
Quella stessa Cina che, nonostante la progressiva sparizione delle api, causata dai catastrofici livelli di inquinamento e dell’uso massiccio di pesticidi, è diventato il primo produttore ed esportatore mondiale di “miele”, con oltre 300.000 tonnellate all’anno.
Il miele è costituito essenzialmente da una serie di zuccheri, principalmente fruttosio (40%) – il famigerato fruttosio – e glucosio (30%). I cinesi hanno realizzato un mix di questi zuccheri industriali, aggiungendo una minima quantità di polline, il caramello per conferire il colore e aromi che ricordano fiori d diverse piante. Voilà, il gioco è fatto…. e il miele pure. Prodotto mediocre? Sì, certo, ma costa poco. E non importa che venga pastorizzato dopo aver  fermentato, non importa che sia contenuto in imballaggi non alimentari, non importa se è imbottito di antibiotici. Costa poco!
E via di frode in frode, da cui non si sa bene come difendersi. Cominciando a diffidare, quando andiamo a fare la spesa, soprattutto delle favolose offerte speciali, dei tre per due, degli sconti promozionali, che sottintendono prezzi stracciati imposti ai produttori, i quali, a loro volta, per mantenere margini di guadagno accettabili abbassano, insieme con i prezzi, anche la qualità.

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