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Quanto l’ospedale deve essere ospitale?

Poco, se per ospitalità si intende solo estetica, all’insegna di una fraintesa umanizzazione. I progettisti delle strutture ospedaliere devono tenere conto anche delle necessità di chi svolge quotidianamente le operazioni  di pulizia e sanificazione per facilitarle. Su questo tema si stanno confrontando Afidamp, Cneto, Siais

L’architetto Renzo Piano – di fama mondiale, sarebbe persino superfluo ricordarlo – ha presentato, il 23 giugno scorso, il progetto per un nuovo hospice pediatrico, che sarà realizzato a Bologna entro il 2020.
Sorgerà su un’area di ottomila metri quadri, all’interno di un bosco con 390 alberi, sia sempreverdi sia a foglia caduca, che garantiranno l’ombra nei mesi estivi e lasceranno filtrare la luce in quelli invernali, con aree più folte e altre più rade per consentire zone di gioco. Ospiterà, purtroppo, bimbi con malattie inguaribili e le loro famiglie. Piano ha concepito l’hospice come una casa sull’albero, perché «rimanda ai giochi e ai sogni dei bambini, al vivere tra gli alberi e alla loro potente idea di libertà creativa profondamente legata al mondo naturale».
L’idea di fondo è quella di un edificio che si sollevi dal terreno, per abitare, idealmente, uno spazio leggero e luminoso. Sollevare ha la stessa radice di sollievo: togliere peso al dolore, che è poi la ragione e la forza di umana pietas, che sta dentro l’idea di un hospice. «In questo progetto la scienza medica si allea con quella umana – ha spiegato Renzo Piano -. Che è poi l’essenza dell’umanesimo. La prima deve alleviare il dolore, la seconda immergere questi bambini nella bellezza. Nella bellezza profonda. Una bellezza fatta dello stare insieme, dei colori, della musica e dello spazio che circonda i bambini, sospesi tra gli alberi».

Umanizzare gli ospedali, ossia creare un ambiente a misura d’uomo anche per i luoghi deputati al recupero della forma e dell’efficienza fisica, perché chi vi entra non si senta solo un paziente e superi l’inevitabile disorientamento che lo accompagna in questo spogliarsi della sua consuetudine di vita, per dipendere dagli altri e rinunciare a una parte importante di sé proprio nel momento di massima fragilità.
L’ospedale non dovrebbe essere più solo il luogo che cura la malattia, l’infermità del corpo, ma il luogo che restituisce la salute, intendendo per salute, come l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) promuove da più di mezzo secolo, uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale.
L’ospedale deve recuperare il concetto insito nel suo stesso etimo, e che ne ha determinato il suo sorgere in tempi antichi, quello di “ospitalità”, accoglienza, riparo cura.

Nel corso del tempo, con il progredire della medicina e della ricerca clinica, è andata prevalendo, su tutto, la convinzione che l’obiettivo veramente importante che l’ospedale deve perseguire sia la cura della malattia che ha investito il corpo, per cui spesso la ricerca della restituzione del benessere fisico avviene forzando – e talvolta calpestando – quello psichico e sociale.

Una contraddizione, rispetto alle raccomandazioni dell’OMS, che ha portato a ripensare l’ospedale e a ipotizzare di avviare un processo di umanizzazione che contempli la creazione di un ambiente a misura d’uomo, confortevole e amico, sia nella struttura fisica dell’edificio, sia nell’organizzazione dei servizi.

In un ipotetico ospedale modello “L’architettura, gli arredi, le finiture, i colori, le qualità materiche, la segnaletica, i suoni e gli odori, la temperatura, l’umidità e la ventilazione, la luminosità, la vista, la pulizia e l’igiene: tutto dovrà comunicare calore e accoglienza, non freddezza, ostilità e paura… In un luogo sempre più pervaso dalla tecnica, l’ergonomia dovrà guidare l’interrelazione tra uomo, macchina e ambiente”.

Sono le indicazioni contenute nella pubblicazione “Umanizzare i servizi dell’ospedale”, edite dalla Fondazione CERBA (Centro Europeo per la Ricerca Biomedica Avanzata), di cui è direttore generale Maurizio Mauri, specializzato in Radiologia, Oncologia, Igiene e tecnica ospedaliera, che è stato responsabile scientifico della ricerca per un nuovo modello di ospedale ad alta tecnologia e assistenza, collaborando con Renzo Piano e Umberto Veronesi, e progettista e Direttore dell’Ospedale Humanitas. Credenziali di tutto rispetto, che hanno determinato anche la sua nomina a presidente del CNETO (Centro Nazionale per l’Edilizia e la Tecnica Ospedaliera), associazione che da sessant’anni riunisce professionisti esperti nei principali settori delle attività per la salute, incoraggiando studi e produzione di documenti per la progettazione, realizzazione e gestione di ospedali e strutture sanitarie, per favorirne lo sviluppo in base alle conoscenze più recenti, sia di ideazione sia di management.
«La progettazione di un ospedale – ci ha spiegato il dottor Mauri che abbiamo incontrato a seguito della sua partecipazione al convegno organizzato da Afidamp a Pulire 2017 sul tema “Igiene in sanità: quando la progettazione fa la differenza” – deve coinvolgere più figure professionali, in quanto l’ospedale è un mondo particolarmente complesso, che deve tenere conto di una varietà infinita di elementi. Deve essere il risultato di un processo che ha numerosi aspetti, perché le specializzazioni cliniche sono in continuo aumento, con il progredire della ricerca, le tecnologie sono in perenne evoluzione e l’ospedale deve essere onnicomprensivo. Il paziente deve essere al centro del processo ma non da solo, insieme con i medici, con tutti gli operatori, con tutte le professionalità, sia mediche, sia tecnologiche, sia gestionali». Perciò, nella progettazione di un ospedale nuovo, o nella ristrutturazione dell’esistente, bisogna coinvolgere ingegneri, ingegneri biomedici, medici, architetti, infermieri. L’ospedale non è un albergo con appendici, ma l’aspetto alberghiero è una delle componenti di un processo più ampio, in cui tutte le specializzazioni sono contemplate e hanno voce in capitolo, insieme con il mondo dei servizi. Tutto deve essere pensato, organizzato, altrimenti il progetto non può funzionare. Gli spazi devono essere progettati in maniera corretta, tenendo conto della funzionalità e dell’appropriatezza. «Occorre pensare – sono sempre parole di Mauri – con molta attenzione alla struttura muraria, agli impianti, alle attrezzature, agli arredi. La parola d’ordine deve essere efficienza. La struttura edilizia deve essere sempre performante, quindi efficiente, perché non deve mai bloccarsi». E deve anche tenere conto di eventuali nuove esigenze, quindi guardare anche al futuro.

Parte di questa efficienza devono essere considerate anche l’igiene e la pulizia, che sono riconosciute come ausili fondamentali nel garantire la salute di pazienti e operatori.
Però, e qui è la nota dolente, è rarissimo, quasi inesistente, un progetto di edilizia ospedaliera che tenga conto degli aspetti igienici, almeno dal punto di vista operativo.
Il dottor Mauri nel progettare l’Humanitas ha considerato manutenibilità, pulizia e trasformabilità come parametri cui attenersi per incrementare le performance dell’edificio, per cui, per esempio, ha utilizzato il codice colore come indicativo di un percorso che gradua il livello di pulizia dei pavimenti dei blocchi operatori (grigio all’ingresso=pulizia attenta; azzurro nelle sale di preparazione=molto pulito; rosso in sala operatoria=sterile; corridoio dello smaltimento post operatorio viola=pulizia normale) e ha utilizzato per la pavimentazione un tessuto in lana di vetro che non trattiene lo sporco; tuttavia questa attenzione non è “normale” e di solito nel team della progettazione degli ospedali non è contemplata la presenza di professionisti delle pulizie, siano operatori delle imprese di servizio, siano fabbricanti delle macchine e delle attrezzature necessarie.

Per questo motivo Afidamp ha voluto chiamare a confronto tutti i soggetti interessati e non solo ha organizzato il convegno di Verona, ma ha supportato, insieme con CNETO e SIAIS (Società Italiana dell’Architettura e dell’Ingegneria per la Sanità), il master del Politecnico di Milano “Pianificazione, programmazione e progettazione dei sistemi ospedalieri e socio-sanitari”, diretto dal professor Stefano Capolongo. Daniele Cantagalli di È Così, Alessandro Nava di Diversey, Andrea Loro Piana di Falpi e Renato Santinon di Dussmann, hanno esposto agli architetti i problemi e le difficoltà che gli operatori delle pulizie incontrano quotidianamente per potere svolgere un servizio all’altezza delle aspettative, sia della committenza, sia dell’utenza. Renato Santinon, responsabile del servizio tecnico di sanificazione di Dussmann ha lamentato l’assoluta mancanza di cognizione, da parte dei progettisti, delle necessità delle imprese di servizi. Viene privilegiata l’estetica, ma la funzionalità non viene tenuta in considerazione: mancano gli spazi necessari agli operatori per ricoverare le attrezzature e per preparare il materiale di uso quotidiano, non vengono previste prese elettriche e d’acqua in posizioni tali da non dovere interrompere il lavoro per dovere ricaricare batterie o effettuare l’approvvigionamento idrico per il lavaggio dei pavimenti. Il tutto dilata i tempi di esecuzione dei lavori, ne compromette la qualità, aumenta i costi, già importanti, nel caso in cui le pulizie siano appunto appaltate ad aziende esterne. Le strutture ospedaliere, ha ribadito spesso Renato Santinon, non sono nate prevedendo la necessità di pulirle.

Provocatorio l’intervento di Andrea Loro Piana, che ha esordito sostenendo che, a suo parere, la progettazione ospedaliera non deve, necessariamente, privilegiare l’estetica e l’umanizzazione, se questo significa creare solo una bella cornice.
La cornice va bene per l’hospice che Renzo Piano sta realizzando a Bologna, perché è un tipo particolare di struttura ospedaliera e altra è la sua funzione. Negli altri casi, alberi, giardini, centri commerciali, sportelli bancari, eccetera, appagano la vista, ma non facilitano la pulizia e la sanificazione. Ha spiegato ai futuri progettisti, che non ne avevano consapevolezza, che quello delle pulizie è un sistema complesso, in cui interagiscono elementi materiali con elementi immateriali; un sistema che non si basa sull’improvvisazione, ma deve rispettare metodiche semplici, ripetibili, rigorose, per evitare errori che potrebbero essere fatali.
La procedura deve essere facilitata dalla struttura che deve prevedere spazi adeguati per ricoverare le attrezzature, per lavare, ricondizionare, impregnare le frange per la pulizia dei pavimenti eccetera. I locali destinati alla preparazione del materiale devono essere baricentrici rispetto alla struttura, per evitare agli operatori frequenti e lunghi percorsi di andata e ritorno per ristabilire la dotazione corretta. Questo significa, per esempio, pensare a destinare agli operatori, ascensori dedicati, che non interferiscano con il trasporto degli ammalati o le visite dei parenti, e che possano contenere agevolmente carrelli attrezzati o macchine per la pulizia meccanica. Ci sono ospedali, ha raccontato Loro Piana, che sono stati concepiti in modo tale da ospitare negozi di fioristi, bar forniti, ma che hanno strutture praticamente impossibili da pulire, come vetrate attraversate da losanghe di acciaio o legno che non sono materialmente raggiungibili con gli strumenti a disposizione. Oppure ospedali in cui le macchine lavasciugapavimenti per scaricare le acque sporche devono essere portate all’esterno, in un continuo andirivieni che non è igienicamente accettabile ma inevitabile.
Bisogna creare le condizioni perché diventi evitabile. E il fatto che Cneto, Siais, Afidamp si parlino e si confrontino è di buon auspicio.

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