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Roberto Vacca: per salvarci, bisogna combattere l’ignoranza

L’illustre matematico ritiene che la crisi del nostro paese – e anche quella globale - abbia fondamentalmente delle radici mentali e culturali. L’incultura diffusa, la superficialità, l’approssimazione distruggono ogni sviluppo, sostenibile o no

Per Roberto Vacca, perché esista uno sviluppo, sostenibile o no, dobbiamo esistere. Per esistere dobbiamo evitare i rischi, e i rischi sono di due tipi: quelli istantanei – all’improvviso si verifica un evento (che prima non c’era), dal quale in poi tutto cambia – e quelli striscianti: tutti quanti in comune hanno il fatto che li capiamo molto male. Ci proviamo, ma sono cose complicate, perché i rischi non dipendono da una sola causa.

Previsioni catastrofiche e sbagliate
Decenni fa già si parlava del rischio della “bomba demografica”, ossia della popolazione mondiale che, prima o poi, sarebbe esplosa. Beh, stiamo tranquilli, non sta succedendo.
In realtà, questi fenomeni di crescita e declino, andrebbero calcolati in maniera matematica, molto efficiente, e queste mie curve sono quelle del fisico Vito Volterra. In sostanza, fino a pochi anni fa dicevano che saremmo arrivati fino a 15 miliardi di persone nel mondo, poi la previsione è stata via via abbassata a 14, a 13 milioni. Oggi siamo scesi a 10 e stiamo continuando a scendere. La denatalità, specie in Oriente, è aumentata molto e le cose vanno abbastanza meglio.
La popolazione affamata trent’anni fa era di 990 milioni nel mondo, oggi siamo scesi a 790 milioni. Questo non ci deve consolare, ma deve indurci a cercare di capire cosa stia succedendo. Gli affamati sono di meno.
Nei primi anni 70 il Club di Roma (di cui Roberto Vacca è stato membro sino al 1981, quando ha dato le dimissioni – ndr) sosteneva che il petrolio sarebbe finito nel 2002/2005/2006. Le riserve che abbiamo adesso sono quasi dieci volte maggiori di quelle che erano allora. I calcoli vanno effettuati, ma occorre, soprattutto quando si tratta di previsioni, continuare a essere critici di noi stessi, pronti a riconoscere gli errori, che sono dietro l’angolo, e a correggerli perché possono indurre a scelte sbagliate. Abbiamo capito male il fenomeno.

La storia non ci insegna
L’altro rischio di cui oggi si parla tanto è quello del riscaldamento globale, ma anche di questo fenomeno capiamo piuttosto poco. Adesso la previsione è che la grande piastra di ghiaccio dell’Antartide sta per cadere in mare, e che il livello delle acque si alzerà di dieci metri, Ma anche queste cifre sono aleatorie e nel prossimo futuro ci diranno che il fenomeno si verificherà forse tra circa cent’anni e che il livello delle acque non si alzerà così tanto.
Tutto questo perché e cose non sono così semplici e non possiamo sapere ciò che succederà.
Ma ciò che sappiamo molto bene, invece, è che il clima della terra segue un ciclo di circa centomila anni. 22.000 anni fa, come dovremmo sapere tutti, su tutta l’Europa del Nord, a nord delle Alpi, quindi su Francia, Inghilterra, Germania, Paesi scandinavi, c’era uno strato di ghiaccio spesso 2 chilometri che si è sciolto, eppure nessuno bruciava carbone a quel tempo.
Sappiamo anche molto bene che sopra a questo ciclo di centomila anni ce n’è un altro di circa 1000 anni, sappiamo bene che nel Medioevo faceva caldo, più caldo di adesso, che la Groenlandia si chiamava Grunland, la terra verde e che i Norvegesi avevano fattorie con centinaia di capi di bestiame. Poi, nel XIII secolo ha incominciato a fare freddo, la Groenlandia è stata abbandonata perché faceva troppo freddo. Abbiamo questi due cicli sovrapposti.

Anche la tecnologia è un rischio
Ma il rischio più incombente è quello della eccessiva complessità tecnologica. Abbiamo grandi sistemi tecnologici che mettono in gioco quantità enormi di energia, di materiali, di attività umane e questa complessità stiamo cercando di regolarla con sistemi di controllo molto efficienti. Tuttavia non possiamo stare tranquilli, perché è insorta l’abitudine di affidare la soluzione di molti problemi diversi, da quelli finanziari a quelli ambientali, a quelli industriali, a quelli manageriali, a sistemi computerizzati, il cui funzionamento non è conoscibile, non soltanto dall’utente normale, ma neanche dai progettisti: il sistema dice che si deve fare così, perché così sta scritto nel programma. Ma se, per i più diversi motivi, non possiamo interpellare chi ha realizzato il programma, può sorgere un grave problema.
Perciò, per avere un futuro sostenibile, occorre assolutamente migliorare la comunicazione tra gli uomini e le macchine. Perché le macchine comunicano abbastanza bene, ma non si tratta tanto di avere un’intelligenza artificiale che pure si comincia a profilare, ma si tratta di capire qual è il processo e di spiegare in modi comprensibile quali imput sono stati forniti alla macchina.

Web: una ricchezza sprecata per ignoranza
Un grave problema è lo spreco, che porta a distruggere risorse possibili, siano esse naturali o costruite dall’uomo.
Ma uno spreco molto più pericoloso è quello delle risorse meravigliose che abbiamo oggi e che vengono usate malamente e inutilmente, per scopi piccoli e disastrosi.
Oggi è come se ciascuno di noi avesse avuto un’eredità gigantesca, che nessuno poteva immaginarsi 100 o 200 anni fa: abbiamo la rete mondiale, il world web, che ci permette di avere informazioni di ogni tipo ed è diventata tanto grande che è quasi un modello del mondo. E il mondo com’è fatto? Il mondo è fatto di gente, di tipi strani, è fatto di eventi, è fatto di cose buone e di cose cattive, è fatto di porcherie, è fatto di cattiverie, di malvagità. La rete ugualmente. Perciò per adoperare la rete bisogna saperne di più. Google, per esempio, è una ricchezza gigantesca, ci si trovano tutti i libri mai pubblicati su cui è scaduto il diritto d’autore, ci si trovano le cose migliori che persone ottime hanno scritto. Qualcuno dovrebbe insegnare nelle scuole a usarlo bene e a non lasciarsi ingannare dalle falsità, dalle cattiverie, dalle porcherie. Ma la cosa è abbastanza difficile. E allora diventa il luogo delle fake news e della gogna mediatica.
Italia fanalino di coda dell’Europa
per innovazione e cultura
La Comunità Europea tutti gli anni stampa un report sul livello di innovazione dei vari paesi europei. L’Italia è stata per molti decenni al quindicesimo posto e ora è scesa al sedicesimo, superata da Cipro.
Facendo un confronto fra i paesi europei che vanno meglio e quelli che vanno peggio, emerge chiaramente che uno dei guai gravi è la disoccupazione. Paragonando i dieci paesi più ricchi dell’Unione con i sette più poveri, tra i quali è annoverata l’Italia, si evidenza che nei primi la disoccupazione è al 7,5%, negli altri a più del 15%. Il reddito medio annuale dei paesi ricchi è di 47.000 euro l’anno, quello dei più poveri è 27.000 euro. Le cause di un simile divario sono molto complicate, e difficilmente identificabili, però si possono osservare alcune correlazioni. E tra queste correlazioni c’è per esempio la correlazione tra quanto investe l’industria in ricerca e sviluppo rispetto alle pubbliche amministrazioni. Nei paesi ricchi l’industria investe il doppio del pubblico, nei paesi più poveri, fra cui l’Italia, investe esattamente quanto il pubblico: la metà.
Non sono scarsi solo gli investimenti, ma anche la cultura. Solo il 23% degli italiani completa la cultura terziaria, mentre la media dei paesi ricchi è del 43% e la media dei paesi poveri è del 30%.
Un dato grave di cui nessuno parla mai. Ma, per avere un futuro sostenibile, c’è bisogno di cooperazione, c’è bisogno che si costituisca una task force di persone, accademici, industriali, politici con un obiettivo molto chiaro e condiviso, innalzare la cultura e fornire al pubblico criteri di giudizio e di comunicazione efficaci. C’è bisogno di una rivoluzione culturale.

Intelligenza artificiale sprecata
Per che cosa viene adoperata l’intelligenza artificiale? Viene adoperata per risolvere “non problemi”. L’idea che le macchine si guidino da sole a chi interessa? A guidare una macchina si impara in venti giorni. A chi interessa?
L’intelligenza artificiale viene applicata alla domotica, per cui un piccolo computer prevede quello che stai per fare e lo fa prima di te, ti accende la luce trenta secondi prima: è davvero importante? In realtà non ha alcun interesse. Vengono facilitate operazioni che sono già facilissime. Non serve assolutamente a niente. Invece, c’è bisogno non tanto di adoperare l’intelligenza artificiale, ma di utilizzare la tecnologia dell’informazione e della comunicazione per diffondere conoscenza. I giovani non leggono neppure un libro all’anno, però vanno su Google, vanno in rete e leggono frammenti di informazione, uno qua e uno là, ma non riescono a coordinarle e non c’è pressoché nessuno che insegni come fare. Bisogna provvedere, altrimenti la situazione si farà ancora più critica.

Premesse datate
John Maynard Keynes (economista britannico del secolo scorso, padre della macroeconomia,  considerato il più influente tra gli economisti del XX secolo – ndr) sosteneva che per avere un futuro accettabile bisognasse avere la cheap money, cioè finanziamenti a basso tasso.
Oggi noi abbiamo la cheap money, siamo addirittura arrivati a tassi negativi, è l’unica cosa che abbiamo e non ci stiamo facendo niente.
William Beveridge (economista inglese del secolo scorso, considerato il padre del welfarestate, settant’anni fa aveva ideato il progetto di protezione sociale che è alla base dei moderni sistemi di welfare – ndr) nel 1944 si chiedeva: dopo la guerra che fare? E rispondeva che si sarebbero dovuto produrre beni durevoli, case, macchine per facilitare il lavoro, ospedali, scuole, mezzi di trasporto e così via.
E qui di nuovo importanti sono i risultati.
Per anni siamo andati avanti con l’economia sostenuta dalla produzione di automobili. Le automobili andavano bene per chi credeva che di una cosa buona non se ne può mai avere troppa.
Oggi ne abbiamo troppe. Abbiamo automobili che bloccano le città. E la bella invenzione qual è? Quella delle automobili non di proprietà. Con la carta di credito la prendi e la lasci e liberi le strade.
Allora Beveridge scriveva che occorreva ridurre il debito nazionale, per la ragione economica di assicurare risorse reali per scopi di alta priorità sociale.
L’alta priorità sociale non è qualcosa che si misura solo in termini di beni materiali.
Diceva anche che si sarebbe dovuto aumentare la produttività – concetto positivo nel 1944 -, per cui necessitavano macchine ed elettronica.
E poi suggeriva di migliorare lo standard di vita materiale e spirituale.

Conclusioni
Sviluppo sostenibile deve significare anche migliorare la qualità della gente.
Un essere umano non può veramente essere considerato tale, anche se mangia abbastanza bene, se non capisce dove sta, chi è, quello che può fare.
Thomas Piketty (economista francese i cui studi si focalizzano sui temi delle disuguaglianze di reddito e ricchezza – ndr), ha fatto uno studio interessantissimo sul fatto che lo squilibrio di redditi e di proprietà sta crescendo, e la cosa non è buona, ma ci vorrebbe un altro “Piketty” per scrivere quanto stia crescendo il divario tra quelli che hanno cultura e la gente normale.
Le prime cento università americane sono tutte di grande livello. Noi ne abbiamo 100 in tutto, alcune sono ottime, ma sono molto poche.
La popolazione “normale” americana crede a qualunque sciocchezza. La nostra pure. Occorre un impegno dall’alto per educare le persone ed evitare che utilizzino parole di cui non conoscono il significato. Eppure anche persone apparentemente colte lo fanno e creano testi che vengono letti da chiunque.
E conoscere le parole non sempre è sufficiente. Nell’ultimo anno innumerevoli sono state le discussioni circa la crescita del prodotto interno lordo italiano; discussioni feroci, intorno a variazioni di percentuali irrisorie: 1,1% o 1,2%.
Ma cos’è il PIL? Si può definire come somma dei consumi, degli investimenti, delle spese governative, delle importazioni meno le esportazioni.
Ma in Italia non si sa con quale precisione lo conosciamo. Si può calcolare con entrate e uscite, i due valori dovrebbero essere uguali. Lo sono? La Banca Centrale Tedesca ha analizzato il PIL svizzero. Gli errori casuali variano intorno al 3%. In Italia, più o meno intorno al 6%. Ma il fatto che degli uomini di stato discutano se la crescita quest’anno sarà 1,1 o 1,2, un decimo dell’un per cento, quando l’errore è di molti % vuol dire che siamo a terra.
Il manifesto è questo: dobbiamo uscire da questa incultura, che distrugge ogni sviluppo, sostenibile o no.

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