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Non ci si può credere

Ci sono giunte in redazione fotografie scattate in scuole, case di cura, ospedali, che testimoniano quanta strada ci sia ancora da percorrere per arrivare a maturare una seria consapevolezza di che cosa vogliano dire pulizia, igiene, sanificazione, sicurezza. Ve ne presentiamo una significativa galleria

«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire».
È il famosissimo e indimenticabile monologo del replicante Roy Batty, nel finale di Blade Runner.
Roy sta ricordando la sua partecipazione a eventi spettacolari e si dispiace per il fatto che quelle memorie svaniranno insieme a lui.

Quanto mai attuale l’androide, dal momento che i robot, dall’aspetto sempre più simile a quello di noi uomini e sempre più intelligentemente caratterizzati, stanno occupando il dibattito globale sulla trasformazione, concettuale e materiale, del lavoro. E pure noi ce ne siamo occupati e continueremo a farlo.

Le parole di Roy Batty ci sono parse le più indicate per rappresentare il nostro allibito stupore di fronte a situazioni e immagini che mai avremmo creduto potessero concretizzarsi, oggi, nel terzo millennio, nel mondo cosiddetto civile ed evoluto, che, appunto, ha raggiungo livelli di tecnologia, di qualificazione, di conoscenze che ci rendono orgogliosi delle nostre capacità.

Anche noi, come il replicante di allora, abbiamo visto cose che non avremmo mai potuto, né voluto, immaginare. E non sono navi da combattimento in fiamme, né le porte di Tannhäuser, né i bastioni di Orione. Sono, più prosaicamente, e desolatamente, le immagini che anche voi potete osservare in queste pagine.

Ci sono arrivate in redazione, con lettera firmata e con l’indicazione precisa di dove sono state scattate, in tempi recentissimi, praticamente oggi, in luoghi che, appunto, non sono gli esotici bastioni di Orione o le fantascientifiche porte di Tannhäuser, ma italianissime scuole, ospedali, case di cura, tutte dislocate, per non ingenerare equivoci, nel nord del nostro paese. Non volevamo credere ai nostri occhi, ma tutto è stato documentato e abbiamo deciso di allestire questo “piccolo museo degli orrori”, per lanciare un allarme e suscitare una profonda riflessione.
Come si può notare, lo sporco si è incrostato intorno, su e dentro i bocchettoni, a strati successivi. Il che significa che non si è praticamente mai provveduto né alla manutenzione ordinaria – pulizia quotidiana al termine dell’utilizzo – né a quella periodica, più a fondo. Ovviamente, purtroppo, non sono stati utilizzati né prodotti, né metodiche professionali. Pur in queste condizioni il forno continua a essere utilizzato e i pasti per gli ospiti continuano a essere preparati ed erogati.
Eppure, in quella casa di cura, il servizio di pulizia è in atto. Almeno sulla carta.
Saranno pur state indicate, in fase di stipula del contratto, tempistiche e modalità di intervento.
Ma chi controlla?

STRATI SU STRATI
E che dire di fronte a queste superfici? Sembra che vi si sia depositato lo sporco dei secoli. Uno sporco che, già di per sé evidente, risalta in maniera eclatante quando si riesce a recuperare il colore originale. Un sopralluogo effettuato quasi per “sfida” ha portato a questi risultati.
Ma cosa c’è dietro a situazioni di questo genere? L’incompetenza degli operatori? La trascuratezza dovuta alla necessità di “non perdere tempo”, di lavorare il più in fretta possibile? L’indifferenza per la funzione dei locali (quando proprio per la delicatezza di questa funzione e la frequenza e la varietà degli utilizzatori dovrebbe suggerire se non la massima, per lo meno un’attenta gestione dell’igiene ambientale)? L’incapacità di controllare il lavoro svolto? La preoccupazione di costi eccessivi? In ogni caso il risultato è desolante, anche perché, ribadiamo, si tratta di locali siti in ambienti pubblici, frequentati da anziani e/o studenti, quando non scolari, quindi soggetti cosiddetti “deboli”. E in ogni caso tutti sarebbero “deboli” nel doversi adattare a tutto questo.

ATTREZZI
Nel nostro personale “museo degli orrori” non potevano certo mancare gli strumenti del mestiere.
Il carrello è lo strumento principe, perché è un piccolo laboratorio mobile al servizio dell’operatore.
Ma… ma deve essere attrezzato come si deve e, soprattutto, deve essere tenuto come si deve.
Non può esistere, innanzitutto, un carrello monosecchio senza strizzatore, con un telaio zozzo e una frangia, evidentemente pronta per essere riutilizzata, sporca quanto quella fotografata. Come si coniuga il concetto di pulizia e igiene con simili condizioni di manutenzione?
Così come non dovrebbe essere riposto un carrello con acqua sporca stagnante – ricettacolo terra di coltura di germi d’ogni genere – con prodotti a vista e a portata di tutti, senza alcuna protezione, con strizzatore posto sullo stesso secchio in cui si immerge la frangia per sciacquarla aver “lavato” il pavimento e per impregnarla, successivamente, per continuare nell’operazione.
E che dire, poi, del “corredo” del carrello? Scopa normale (?), che non dovrebbe rientrare nella dotazione del cleaning professionale, frange a vista, che accumulano polvere, per poi spalmarla sul pavimento una volta intrise della soluzione detergente, piumino per spolverare (?) e via con amenità di questo genere.

METODOLOGIE DI LAVORO
In ogni convegno sulla pulizia professionale, soprattutto in ambito sanitario, si odono dotte relazioni sulle metodiche di pulizia e sulla formazione del personale, si pone l’accento sulla professionalità degli operatori, sulle loro competenze, sulla necessità di proporre piani di lavoro studiati sulle effettive necessità della committenza. E poi vediamo che la pulizia delle camere di degenza si effettuano lavando il pavimento con il mocio (!), che per impedire l’accesso alla stanza appena trattata, si sbarra l’ingresso con il telaio del mocio messo di traverso, mentre rimane sul carrello il segnale d’avviso di pavimento bagnato. Sullo stesso carrello notiamo il piumino (pare sia un must), che dovrebbe essere un tabù per tutti gli ambienti e per quelli ospedalieri in particolare; notiamo scopa e paletta, notiamo il telaio per la depolveratura su cui sono state montate un numero indefinito di garze monouso, vanificandone l’efficacia nell’illusione di risparmiare tempo eliminandone una dopo l’altra, anziché sostituendole a mano a mano che si riempiono di polvere. E, ancora, lungo i corridoi, o negli spazi comuni, carrelli con sacco portarifiuti aperto, operatori senza divisa, CANDEGGINA in bella vista, prodotti non in sicurezza (una preoccupante costante!), attrezzi alloggiati nel sacco portarifiuti: una sciatteria sconfortante e pericolosa!

LA CILIEGINA SULLA TORTA
Quando si dice sicurezza. Questo è il ripostiglio in cui si conservano i prodotti chimici di una scuola. Un luogo aperto, accessibile a tutti, con prodotti di ogni genere accatastati sotto il lavandino, compresi i superconcentrati che dovrebbero esser e custoditi in armadietti chiusi a chiave.
Come invidiamo l’umanoide di Blade Runner!!!?

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