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Perché Sì, Perché No

Inauguriamo, con questo numero, una rubrica di consigli per consolidare la cultura del pulito. Ci aiuterà in questo compito Francesco Marinoni, nella sua qualità di esperto che alla formazione ha dedicato, e dedica, tempo, competenza e passione

Chi ci legge è senz’altro dotato della giusta sensibilità e di quella curiosità costruttiva che porta a mettere in discussione anche le certezze più radicate, per trovarne, eventualmente, conferma o per cambiare punto di vista, senza pregiudizi e/o preclusioni di sorta. I consigli sono naturalmente motivati. Non ci piacciono, infatti, le affermazioni apodittiche. Partiremo, pertanto, dal “perché” di quanto andremo sostenendo, aperti naturalmente alle vostre osservazioni e disposti a rispondere alle vostre eventuali domande.
Ci è parso pertanto naturale titolare la nostra rubrica “Perché sì, perché no”. E questi “perché” saranno spiegati da Francesco Marinoni, che ha accettato di collaborare con noi in questa iniziativa. Ci affidiamo alla sua competenza, alla sua esperienza, alla sua generosità nel condividere le sue conoscenze.

PERCHè NO
Il primo argomento che affronteremo rientra nella categoria dei “perché no” e riguarda l’utilizzo, o meglio il non utilizzo di due sostanze – alcool, candeggina – che continuano a imperversare, anche perché sia le riviste femminili, sia la montante marea ecologica continuano a vantarne le qualità. Ma qui si parla di pulizie professionali, di attività che vengono svolte tutti i giorni per numerose ore e che hanno l’obiettivo di sanificare, igienizzare, disinfettare superfici, arredi, locali aperti a un pubblico eterogeneo, cui bisogna assicurare confort e sicurezza. Sicurezza che deve essere garantita anche agli operatori. E alcuni prodotti, che nel domestico, prese le dovute precauzioni, possono risultare sufficientemente adeguati, risultano inadeguati, quando anche non inefficienti e pericolosi, se utilizzati in ambienti per i quali igiene e sanificazione sono l’imperativo categorico.
Iniziamo con il richiamare alcuni concetti, che, a quanto pare, non sono così scontati, ed entriamo nel merito di termini che si usano quotidianamente, ma del cui significato è sempre utile fare chiarezza.
• DETERGENTE: è una miscela di sostanze che hanno lo scopo di agevolare la rimozione dello sporco dalle superfici, diminuendo la tensione superficiale tra sporco e superficie da pulire e favorendone l’asportazione.
• DISINFETTANTE: è una miscela di sostanze, tra cui uno o più principi attivi, in grado di eliminare i microrganismi, compresi quelli patogeni.
• PULIZIA O SANIFICAZIONE: rimozione meccanica dello sporco da superfici e oggetti. Tale operazione deve sempre precedere le operazioni di disinfezione e sterilizzazione.

ALCOOL
Continua a essere utilizzato, anche in campo professionale, perché ha la caratteristica di asciugare rapidamente, “disinfetta”, non deve essere risciacquato in quanto evapora.
Ma come detergente è davvero efficace?
Innanzitutto non è dotato di tensioattivi, ossia di sostanze che hanno la proprietà di abbassare la tensione superficiale di un liquido, agevolando la bagnabilità delle superfici. Una molecola di tensioattivo è formata da una “testa idrofila” a cui è legata una “coda idrofoba”. La testa idrofila del tensioattivo si attacca all’acqua (idrofilo vuol dire appunto “amante dell’acqua”), mentre la coda idrofoba (che viene cioè respinta dall’acqua) la rigetta e si attacca alle parti grasse (lo sporco), eliminandole.
L’Alcool, non contenendo tensioattivi, si limita a sciogliere lo sporco, ma non lo stacca dalla superficie. Quindi, la sua azione detergente non è particolarmente efficace.
Anche come disinfettante l’efficacia dell’Alcool è limitata: infatti agisce come tale solo su superfici sgrassate e precedentemente deterse, mentre sulle superfici porose la sua azione non è particolarmente rilevante. Infatti, per tempi di applicazione uguali o inferiori a 30 secondi (il famoso tempo di contatto del Cerchio di Sinner), l’acool ha un potere battericida molto scarso. In compenso l’alcool può avere effetti irritanti sulla pelle e sulle mucose delle vie respiratorie.
Un ultimo aspetto da considerare – non certo ultimo per importanza – è legato alla sicurezza: l’alcool deve essere stoccato seguendo particolari procedure, perché altamente infiammabile, e altrettanto rigide procedure devono essere osservate nel trasporto. Da un punto di vista legale, utilizzare l’alcool etilico rosa (denaturato) per disinfettare superfici non è consentito, in quanto occorre che il prodotto sia un disinfettante registrato al Ministero della Sanità come PMC (Presidio Medico Chirurgico) o come Biocida.

CANDEGGINA
È il nome “volgare” dell’Ipoclorito di Sodio (NaClO), un componente chimico dal potere ossidante, che diluito variabilmente dall’1% al 25% circa in soluzione acquosa, di colore giallo-paglierino e dal caratteristico odore penetrante – la candeggina appunto -, è noto nell’uso comune come sbiancante e disinfettante.
Candeggina, dal verbo candeggiare, significa infatti rendere candido, bianco. Viene usata per detergere, disinfettare sanitari e pavimenti, smacchiare, sbiancare o decolorare tessuti e capi di abbigliamento.
Il suo utilizzo “ideale” è quello relativo all’eliminazione del colore delle macchie dai tessuti e al candeggio della biancheria. Ma come detergente nelle pulizie delle superfici, la sua efficacia è quasi nulla, in quanto la candeggina non contiene tensioattivi, che sono indispensabili per sciogliere e asportare lo sporco.
Anzi, sulle superfici porose trattate con candeggina, lo sporco tende ad accumularsi di volta in volta, vanificando, se non peggiorando, l’effetto igienico. Anche sulle superfici non porose i risultati sono relativi: per esempio, le piastrelle bianche possono apparire smaglianti dopo il trattamento con candeggina, ma ciò è dovuto solo al suo potere ossidante e sbiancante e non all’effettiva pulizia della superficie. Inoltre anche il potere ossidante può essere dannoso. Se infatti si utilizza la candeggina su rubinetterie o accessori in acciaio e non si risciacqua accuratamente, la superficie si ossida e genera ruggine. Indiscutibile, in teoria, la sua azione disinfettante in quanto libera facilmente cloro, che è appunto un potente disinfettante, anche se pericoloso. Ma la comune “candeggina”, che ancora purtroppo è presente su troppi carrelli delle pulizie, anche in ambienti sanitari, ha una concentrazione dichiarata di cloro non stabilizzato variabile tra il 3 e il 5%. Tale percentuale, nel tempo tende ad abbassarsi rapidamente, rendendo l’effettiva concentrazione di cloro disponibile assolutamente insufficiente per disinfettare. Affinché l’azione nei confronti dei batteri sia davvero efficace, è indispensabile utilizzare prodotti approvati dal Ministero della Salute (PMC), leggendo attentamente la scheda tecnica e seguendo scrupolosamente le indicazioni relative alle diluizioni e al tempo di contatto.
Non bisogna dimenticare che la candeggina contiene elementi ad alta tossicità e irritanti al contatto. Soprattutto, poi, non può e non deve essere miscelata con altri liquidi, perché si potrebbero generare reazioni molto pericolose. Inoltre, la candeggina è pericolosa per l’ambiente, quindi un suo uso indiscriminato e senza dosaggi certi può recare gravi danni ambientali.

Il nostro esperto
Francesco Marinoni, Responsabile tecnico in Progiene 2000 S.r.l.
Vice Presidente Consorzio Soligena centro ricerca e sviluppo soluzioni per la
sanificazione.
Dal 2002 Formatore agli operatori addetti al Cleaning oltre alla docenza nei
convegni e corsi sull’igiene negli ambienti.

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