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Le Infezioni Correlate all’Assistenza sanitaria continuano a essere il focus su cui si concentra non solo la ricerca medica ma anche quella legata all’igiene e alla sanificazione ambientali. Una giornata di studi interessanti, con confronti con altre realtà, le cui difficoltà sono acuite da condizioni di vita ai limiti dell’accettabilità. Ma la ricerca continua e le esperienze condivise sono di grande aiuto

Il 21 marzo scorso si è svolto, presso l’Atahotel Expofiera di Pero, alle porte di Milano, il convegno, organizzato da IKN Italy, sul tema “Pulizia e Sanificazione Socio-Sanitaria”, un tema dibattuto praticamente ogni anno, ma sempre di strettissima attualità, perché ancora irrisolto è il problema delle ICA, ossia di quelle infezioni che costituiscono la complicanza più frequente e grave (sono affermazioni del Ministero della Salute) dell’assistenza sanitaria.

Lodevole, pertanto, l’insistenza con la quale si persegue l’obiettivo di migliorare le condizioni ambientali dei pazienti, a partire dall’igiene e dalla sanificazione dei locali di degenza, siano essi ospedali, ospedali per acuti, day-hospital/day-surgery, lungodegenze, ambulatori, assistenza domiciliare, strutture residenziali territoriali e così via. Lodevole il continuo confronto tra le più varie esperienze e le più diverse metodologie, che nel corso di queste riunioni vengono condivise, perché chi consegue risultati degni di nota mette a disposizione la propria esperienza con chi sta perseguendo lo stesso obiettivo, in quanto la salute e la sua tutela sono imperativi categorici per chi si è assunto l’impegno di assistere le fasce più deboli della popolazione.
E questo impegno non conosce limiti, confini, frontiere.

Aiutiamoli a casa loro 1: Kasserine
I lavori si sono aperti con la testimonianza di due operatrici sanitarie che hanno prestato la loro opera di volontarie in due povere zone di guerra del mondo, per mettere in pratica, nelle strutture sanitarie, un sistema di pulizia e sanificazione in mancanza di risorse e a fronte di un concetto “alternativo” di igiene.
Il primo intervento ha visto la relazione di Manuela Cafassi, infermiera esperta nel governo dei processi di sterilizzazione e nella gestione dello strumentario chirurgico, che ha esposto l’esperienza vissuta con una equipe di medici dell’ospedale Mayer di Firenze, a Kasserine, in Tunisia, il cui ospedale aveva chiesto aiuto alla Regione Toscana per ridurre la diffusione dell’Epatite B nelle sale operatorie.
Kasserine è il capoluogo dell’omonimo governatorato tunisino, al confine con l’Algeria, e ha vissuto la cosiddetta primavera araba con grande partecipazione e speranze. Kasserine è stata tra le prime città a sollevarsi, nel 2011, nella cosiddetta “rivoluzione dei gelsomini”, che ha portato nel Paese una nuova costituzione, un compromesso politico tra partiti laici e islamisti e libere elezioni che sono state un esempio da seguire per la transizione democratica in un’area dove la voce delle armi è stata spesso più forte di quella delle urne. Al progresso politico, tuttavia, non è corrisposto un miglioramento economico. Dopo la rivoluzione, inoltre, la regione è stata interessata dalla violenza legata al conflitto a bassa intensità della Tunisia con i militanti islamisti, che usano la zona di confine con l’Algeria come base per le loro operazioni, soprattutto contro l’esercito.
Questa incertezza ha influito sulle condizioni di vita degli abitanti e a farne le spese sono state tutte le strutture, comprese, ovviamente, quelle sanitarie. L’ospedale pubblico regionale ha un budget di 4.000 Euro a fronte di 80.000 accessi al pronto soccorso, 6.000 parti l’anno, 7 sale operatorie, di cui 3 generali, 2 di ostetricia e 2 inattive. All’ospedale mancano le risorse finanziarie, la maggior parte delle quali vengono spese in dispositivi medici. Ne risente, ovviamente, l’aspetto igienico, sia in termini di attrezzature, sia in termini di cultura, come la intendiamo noi. L’unico disinfettante che conoscono è l’ipoclorito di sodio, conservato nelle bottiglie della Coca Cola. Le attrezzature a disposizione sono un secchio e dei cenci. Gli operatori sono consapevoli delle loro carenze e assetati di formazione e di strumentazione.
La Toscana ha risposto all’appello dell’ospedale di Kasserine e i tecnici dell’ospedale pediatrico Mayer di Firenze hanno portato avanti un progetto di due anni – 2014/2015 – per la sterilizzazione delle sale operatorie.
La squadra italiana di intervento ha fatto i conti con quello che c’era (e che non c’era), con le risorse disponibili, valutando punti di forza e di debolezza e stilando un programma operativo da realizzarsi per tappe successive, a breve, medio, lungo termine.
La situazione era desolante: letti di degenza senza lenzuola e senza federe, con materassini in gommapiuma; rifiuti sparsi ovunque; autoclave di ottima qualità, ma i cui filtri non erano mai stati cambiati, con lo scarico in mezzo alla stanza a vista, senza centrale di sterilizzazione; bagni del personale assolutamente impraticabili … e così via.
È stato stilato un protocollo di interventi immediati con quanto a disposizione e con materiale di base fornito dalla Regione Toscana e di formazione del personale, peraltro ansioso di imparare e di attuare le procedure concordate. Nell’arco dei due anni, poi, sono stati riparati e messi in efficienza gli impianti di ventilazione, elettrici ed è stato attuato un piano di formazione per la loro manutenzione. Si è, insomma, fatto in modo che l’equipe locale fosse in grado di autogestirsi.

Aiutiamoli a casa loro 2: Antananarivo
Elvira Noferini, infermiera volontaria dell’Associazione “Amici di Ampasilava-Madagascar”, ha illustrato il progetto, tuttora in atto, che viene condotto nell’isola africana.
L’Associazione “Amici di Ampasilava – Madagascar” è una O.N.L.U.S. Italiana indipendente che opera nel volontariato. È impegnata principalmente nell’assistenza sanitaria in una remota località nel sud ovest del Madagascar, dove gestisce l’ospedale Vezo di Andavadoaka, inaugurato il 20 ottobre 2008, che eroga il suo servizio a 280.000 persone
ll Madagascar è un’enorme isola al largo della costa meridionale dell’Africa. Conta 25 milioni di abitanti, ma, non esistendo un’anagrafe, non avendo il computo esatto di nascite e decessi, il numero è approssimativo.
L’ospedale Vezo sorge ad Andavoaka, un villaggio di pescatori situato sulla costa sud-ovest dell’isola, in una zona desertica, in cui piove due volte ogni tre/quattro anni.
L’ospedale copre una superficie di circa 700 metri quadrati e ospita (dall’inizio del 2017):
• 3 camere di degenza con 11 posti letto;
• 1 sala operatoria (polivalente) completamente rinnovata;
• 3 ambulatori generalisti;
• 3 ambulatori specialistici (Oculistica, Ginecologia, Fisioterapia, Odontoiatria);
• 1 ambulatorio per le medicazioni;
• 1 sala di diagnostica per immagini (radiologia convenzionale, endoscopica ed ecografica);
• 1 Laboratorio analisi;
• La radiologia digitale (sistema RIS, PACS) che, abbinata alla telemedicina, consente la lettura delle immagini anche dall’Italia (ospedali S. Orsola-Malpighi e Maggiore di Bologna) e soprattutto permette di abbattere l’inquinamento dovuto allo smaltimento dei rifiuti chimici connessi alle lastre tradizionali.
La struttura, inoltre, è dotata di un appropriato inceneritore.
All’ospedale Vezo operano soltanto professionisti volontari provenienti da tutta Italia. Secondo i termini della convenzione con lo stato malgascio, dal marzo 2015 è inserito nell’équipe medica dell’ospedale un medico locale. Inoltre prestano la loro attività alcuni mediatori culturali che garantiscono la necessaria comunicazione tra professionisti (sanitari e logistico-organizzativi) e utenti.
Nella gestione delle attività di supporto all’ospedale (cucina, lavanderia, falegnameria…), viene coinvolta la popolazione locale.
L’ospedale ha portato un certo relativo benessere alla popolazione, peraltro poverissima. Gli ammalati vengono trasportati su carri trainati da zebu, su piroghe, a piedi.
Le patologie più diffuse sono la malaria, la tubercolosi (per la quale occorre isolare i pazienti per proteggere sia gli operatori sanitari sia i familiari, ma non è facile perché l’ospedale è piccolo e mancano gli spazi), le malattie veneree, la parassitosi intestinali e alle vie urinarie. I volontari non solo curano gli ammalati, ma cercano anche di fare opera di prevenzione, suggerendo comportamenti adeguati, per evitare almeno il diffondersi del contagio. Ma le difficoltà sono enormi, perché diventa difficile, per esempio, lavarsi le mani, data la mancanza di acqua, o non tenere acqua stagnante, che peraltro per gli abitanti è oro colato. Anche arieggiare gli ambienti è un’impresa, perché la popolazione vive in capanne, senza pavimenti, senza letti. Difficile pure la prevenzione per le malattie veneree o l’HIV (peraltro di ceppo europeo!), perché né uomini né donne concepiscono l’uso del preservativo.
I volontari hanno costruito un acquedotto di acqua dolce, per cui si sta riducendo anche l’ipertensione di cui soffrono parecchi abitanti in quanto di solito bevono acqua salmastra. L’ospedale fondamentalmente è pulito, anche se occorre combattere con la sabbia, che a volte entra anche nelle sale operatorie. L’ospedale è dotato di una centrale di sterilizzazione che utilizza il metodo a secco, e di due piccole autoclavi .
L’aiuto italiano è determinante ma ancora più importante è la formazione che sta preparando operatori locali per emanciparli, per quanto possibile.

Igiene svizzera
Anche gli ospedali svizzeri sono afflitti dalle infezioni collegate all’assistenza, e hanno rigidi protocolli di isolamento e monitoraggio dei pazienti. L’attenzione è più focalizzata sull’aspetto clinico che non su quello ambientale. Silvia Rossi, coordinatrice infermieristica di EONOSO, l’ente che si occupa della Prevenzione delle Infezioni e Medicina del personale dell’Ente Ospedaliero Cantonale della Svizzera Italiana (EOC), ha illustrato le attività di formazione e di monitoraggio degli operatori delle attività di pulizia, senza peraltro specificare metodologie e finalità. EOC è un ospedale multi sito composto da sette istituti distribuiti su tutto il territorio cantonale:
• L’Ospedale Regionale di Lugano con le sedi Civico e Italiano;
• L’Ospedale Regionale di Bellinzona e Valli con la sede San Giovanni a Bellinzona e le sedi di Faido e Acquarossa;
• L’Ospedale Regionale di Mendrisio – Beata Vergine;
• L’Ospedale Regionale di Locarno – la Carità;
• L’Istituto Oncologico della Svizzera Italiana;
• La Clinica di Riabilitazione di Novaggi;
• Il Neurocentro della Svizzera Italiana;
Nonostante il progetto di uniformare le operazioni di pulizia e sanificazione, le diverse strutture si gestiscono localmente, con responsabili che si occupano della formazione del personale.
Da un paio d’anni, i nuovi assunti nei servizi alberghieri, di cui le pulizie sono una componente, vengono istruiti, con un corso di tre ore, sulle procedure standard e poi distribuiti nei vari siti dove sono ulteriormente addestrati relativamente alle specifiche esigenze. Le verifiche e il monitoraggio delle operazioni sono affidate ai quadri di primo livello dei singoli siti e all’EONOSO vengono riferiti i risultati, che entrano in un quadro statistico a disposizione.

Appalti sempre più controllati
Ilaria Bernardini, Dirigente Medico della Direzione Medica A.O.U. di Perugia, e Patrizia Ciotti, dell’Area Igiene Ospedaliere dello stesso nosocomio, hanno riferito, a due anni di distanza dall’adozione di un protocollo innovativo, che avevano illustrato nel corso dell’annuale convegno Planet Health, della evoluzione dei controlli di secondo livello del servizio di pulizia appaltato.

Aree delicate
La pulizia delle camere bianche è stata l’oggetto della interessante e dettagliata relazione di Elena Pancisi, operatore del controllo qualità IRCCS, Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori, che ha illustrato la corretta sequenza delle operazioni, gli strumenti più idonei da utilizzare e il monitoraggio dei risultati. (L’articolo dedicato è a pag. XXII).

La ricerca continua
Mattia Zucchi, di SOCAF, e Paolo Ballabene, Hygiene Food Processing Consultant di E’ COSI’, hanno illustrato un progetto innovativo che prevede l’integrazione tra una lavasciugapavimenti I-Mop e un prodotto detergente e disinfettante, appositamente studiati per conseguire uno standard di pulizia e disinfezione in ambienti civili e sanitari da certificare nella metodologia.
L’obiettivo è ridurre tempi e fatica degli operatori, evitando sprechi di materiale, frange da lavare e impregnare. Il progetto è in fase di sperimentazione, ma già i primi risultati sono soddisfacenti.
La giornata di lavori congressuali si è conclusa con l’allestimento di tre tavoli interattivi, in cui si sono affrontati gli aspetti più critici legati a particolari tipologie di Infezioni Correlate all’Assistenza e sono state redatte brevi linee guida di comportamento.

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