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Da un caso particolare a un protocollo generale

In una catena internazionale della grande distribuzione parte della clientela lamenta merce infestata da piccoli insetti. L’entità infestante è la Rhyzopertha dominica. Quali sono le responsabilità degli attori coinvolti e quanto è importante stabilire un progetto operativo?

In una catena internazionale della grande distribuzione costituita da un magazzino centrale e una ventina di supermercati si cominciano ad avere delle lamentele da parte della clientela che trova della merce infestata da piccoli insetti. Il che avviene dopo circa tre mesi dalla fornitura. Il trascorrere del tempo è la variabile più importante, ma si affronterà questo aspetto quando si parlerà del “protocollo”. Perché, sia chiaro, l’obiettivo non è la soluzione tecnica della cui importanza nessuno dubita, ma formulare delle ipotesi, a parer mio migliorative, fra gli attori della filiera alimentare e le ditte di servizio. Le lamentele in un primo tempo non sembrano fra loro collegate perché provengono da punti vendita geograficamente lontani fra di loro.
È trascorso già un mese. Poi, come un giallo di Agata Christie, gli indizi si collegano fra loro e si pensa che l’infestazione potrebbe avere un comun denominatore (il condizionale è d’obbligo perché le responsabilità tutt’ora non sono chiarite), ma l’epicentro sembrerebbe essere una pasta “biologica” che, oltretutto, ha lo svantaggio di avere un turnover più lungo probabilmente per il maggior prezzo. E i giorni passano.

Diagnosi
Non entriamo nel merito del ping-pong delle “responsabilità” per concentrarci sugli aspetti tecnici. Il primo fatto certo è che l’entità infestante è la Rhyzopertha dominica (il Cappuccino, Taladrillo de los granos per gli spagnoli).

Bio-etologia essenziale del cappuccino
Il ciclo biologico è quello classico Uovo > Larva > Pupa > Adulto, la durata varia dai 30 ai 60 giorni in funzione dei fattori ambientali che determinano il numero delle generazioni, di solito dalle 3 alle 5. Le femmine depongono dalle 200 alle 500 uova. Inoltre, la R. dominica è un ottimo volatore e si nutre oltre delle cariossidi dei cereali anche di moltissime paste alimentari ed è in grado di bucare la maggior parte dei materiali utilizzati per confezionare gli alimenti.

Terapia
Il problema è tanto complesso che perfino il descriverne con precisione le varie fasi in un asse temporale rigoroso risulta difficile.
La prima fase si concentra sull’alienazione della pasta in sospetto di essere all’origine dell’infestazione e di quelle merci risultate inquinate – a loro volta coinvolte sia pure in misura minore, ma comunque non più commerciabili – stoccandole in modo ermetico nei frigoriferi.
La seconda fase è quella di liberare gli scaffali (alcuni con uno sviluppo superiore ai 50 m) e quindi provvedere a una prima disinfestazione con un prodotto a elevata efficacia abbattente per mezzo di una irroratrice a bassa pressione munita di un ugello a ventaglio. Lo scopo è ridurre al minimo le indesiderate derive. Esisterebbero alternative (vapore secco, CO2), ma quella adottata è sicuramente la più economica, manualmente di facile e veloce realizzazione, sicura ed efficace.
La terza fase invece è rivolta alla pulizia “entomologica” degli scaffali in modo da ottenere superfici pulite, esenti da sfridi alimentari e da residui indesiderati.
A questa fase, a parer nostro fondamentale per la riuscita della bonifica, segue una quarta fase di finissaggio realizzata con micro-irrorazioni localizzate nella congiunzione fra la parete verticale e il piano di appoggio dello scaffale con un PMC insetticida micro-incapsulato. Questo tipo di applicazione è quello che richiede un’ottima manualità del tecnico e la massima precisione (non ci devono essere sbavature o colature, facile a dirsi ma per i ripiani raso terra non facile da realizzare).
La quinta fase si basa sul posizionamento di trappole collanti a feromoni e loro lettura integrata con attente ispezioni. Questa fase di monitoraggio/controllo passa dalla fase di emergenza alla fase rutinaria al cessare delle catture (che avviene dopo ben due mesi dall’accendersi dell’allarme rosso).

Alcune considerazioni per arrivare a un protocollo
La descrizione delle varie fasi, gioco forza estremamente sintetica, non fa giustizia all’impegno delle funzioni aziendali per risolvere il problema sia nel rispetto dei consumatori sia nel salvaguardare l’immagine aziendale e neppure delle aziende di disinfestazioni supportate dai servizi tecnici dei fornitori e relativi consulenti che dovevano risolvere “presto e bene” il problema.
Come dire tutto è bene quello che finisce bene. Pur tuttavia dopo ogni battaglia si tirano le somme, per fortuna nel nostro caso si tratta di “euri” (il plurale sarà anche sbagliato, ma in questo caso rende l’idea).
Fatto 100 il costo di tutta l’operazione (compreso il tempo, la paura, le recriminazioni, i rischi connessi, ecc…) la domanda che ci potremmo porre è: Quanto di questo 100 potrebbe essere investito per il futuro per ridurre al minimo che tale rischio si concretizzi di nuovo? (Gli scongiuri sono d’obbligo). Anche questo aspetto di budgettizare la difesa parassitaria esula dal nostro dire.
Il focus del caso esaminato è che al sistema di monitoraggio è sfuggito qualche cosa. In primo luogo, il controllo della merce in entrata (posto che la pasta fosse inquinata) non è stato adeguato. Vero è che se la pasta fosse stata abitata dal Cappuccino nella fase di uova il riscontro, diciamolo francamente, sarebbe stato impossibile. Verifiche nello stabilimento di produzione forse avrebbero posto il sistema di monitoraggio in fase di preallarme.
A prescindere dallo stato sanitario della pasta in entrata è probabile che l’infestazione si sia sviluppata nel centro di distribuzione nazionale e da lì diffuso. È il punto critico dove lampade attrattive, trappole a feromoni (entrambe a base collante) e soprattutto ispezioni dovrebbero essere ai massimi livelli.
Non vorremmo, sintetizzando, far sembrare semplici alcuni aspetti dell’Integrated Pest Management (IPM) a cui preferiremmo il più “concreto” Integrated Pest Control (IPC). Per cui, con il placet della direzione, gli attori di prima linea sono gli addetti alle pulizie che quotidianamente (o quasi) se la devono vedere con la maggior parte delle superfici interessate, parimenti gli addetti alla manutenzione che spesso indagano i luoghi più nascosti. Una figura chiave è rappresentata dagli addetti allo scaffale che tutti i giorni controllano le giacenze sugli scaffali e le reintegrano: giocano un ruolo fondamentale per scoprire prontamente un’infestazione. Ultimi, ma non ultimi, i tecnici disinfestatori che periodicamente devono mettere il bollino di controllo effettuato.
Una cosa è certa: questi attori devono essere inseriti in un progetto operativo adeguato con risorse tecniche di alta gamma e con un corredo professionale di alto livello.

Tiriamo le somme
Adattando il sistema HACCP al caso esaminato si potrebbe dire che i punti critici [CP] sono stati le difficoltà di identificare l’origine dell’infestazione (a oggi da determinare con certezza), di centralizzare le segnalazioni, di coordinare più ditte di disinfestazioni, di integrare le funzioni operative di prima linea (addetti alle pulizie, manutenzioni e disinfestazioni) e probabilmente di non disporre di risorse tecniche e istruzioni operative che contemplassero tutti i potenziali parassiti (peraltro numerosi). Tenere sotto controllo questi punti critici [CCP] è certamente complesso ma una strada sicuramente efficace è concentrarsi su progetti tecnici da cui ricavare protocolli in cui i flussi di informazione siano quanto più possibili tempestivi. Forse i veri punti critici sono dati dal fatto che una femmina di Rhyzopertha dominica può deporre 500 uova, è in grado di volare e il ciclo biologico in questa infestante è assai breve.

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