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Glifosate: a cosa serve e quanto ne sappiamo

È il diserbante più usato al mondo, in agricoltura, nel giardinaggio e per la manutenzione del verde ma ora è sotto accusa per i possibili danni alla salute

Molecola scoperta nel 1950 e impiegata in agricoltura a partire dal 1970, il glifosate torna a far parlare di se, a fasi alterne. Forse per le tendenze generali sempre più prossime alla riduzione di sostanze chimiche nelle produzioni alimentari, forse per la voglia di portare in tavola solo alimenti sicuri e per il desiderio di poter mangiare cibi “senza controindicazioni”, forse un po’ per tutte queste ragioni e tante altre il glifosate sembra un ottimo candidato alla prossima gogna mediatica. Capiamo se effettivamente merita di trovarsi nell’occhio del ciclone e soprattutto che rischi corrono i consumatori.

CHE Cos’è IL GLIFOSATE?
Il glifosate è una sostanza chimica ampiamente usata come diserbante in agricoltura e orticoltura. La caratteristica che lo contraddistingue è quella di avere azione erbicida totale non selettiva. Significa che è in grado di ridurre il numero di piante indesiderate in un campo che è prossimo alla coltivazione, eliminando indistintamente tutte le erbe infestanti. La presenza di piante come queste, infatti, diminuisce la possibilità di avere colture rigogliose a causa della competizione che si instaura tra le piante in coltura e quelle infestanti. Il prodotto chimico agisce penetrando nelle piante attraverso le foglie, raggiungendo ogni sua parte per via sistemica e andando quindi a devitalizzare ogni zona o riserva della pianta stessa, che nel giro di 10 giorni perde vitalità e si secca. Il suo utilizzo ha quindi la massima efficacia, in agricoltura, se avviene prima della semina. Dal 1970 a oggi questa sostanza ha avuto un largo impiego fino ad “accaparrarsi” la nomina di diserbante più usato al mondo, non solo in campo agricolo ma anche nel giardinaggio e per la manutenzione del verde. Fino a oggi si calcola, infatti, che siano stati usati circa 8,6 miliardi di kg di erbicida a base di glifosate e che siano circa cento i Paesi nel mondo, Europa compresa, a utilizzarlo regolarmente. Nel tempo il suo uso però è stato ridimensionato di molto o con semplici restrizioni o con veri e propri divieti. Insomma dall’epoca d’oro, oggi, il glifosate sembra subire una forte battuta d’arresto. Il motivo principale? Ci si è cominciati a interrogare sui suoi possibili effetti sulla salute umana.

Che effetti ha sull’Uomo?
L’attenzione verso i composti chimici immessi nell’ambiente, soprattutto se poi sono riscontrabili anche nelle produzioni alimentari, è sempre molto alta e quella rivolta al glifosate non ha fatto eccezione. L’uomo può essere esposto a questa sostanza in diversi momenti, modalità e quantità. Una prima fonte di esposizione è quella lavorativa (per esempio) gli agricoltori o i giardinieri; una seconda fonte di esposizione è di tipo più generale e fa riferimento ai residui di glifosate che possono ritrovarsi nel cibo e che sono introdotti nell’organismo attraverso il loro consumo. Infine, c’è la via di esposizione ambientale, per la quale accidentalmente l’uomo si trova a entrare in contatto con questa sostanza attraverso l’ambiente (per esempio acque superficiali). Nel tempo sono state numerose le agenzie e le istituzioni sia nazionali sia internazionali che sono state interpellate in merito alla pericolosità del glifosate e non sempre si sono trovate in accordo. Nel 2015 l’IARC (Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro) ha posto la sostanza nella categoria “probabilmente cancerogena” (gruppo 2A). Categoria questa che accoglie già altre sostanze di uso comune, per esempio la carne rossa o i prodotti usati dai parrucchieri o i composti prodotti durante la frittura ad altissime temperature. Una valutazione di questo tipo quindi, seppur non rappresenti un reale indice del rischio concreto nella vita quotidiana, innalza di molto la diffidenza nei confronti di questo prodotto non solo nelle categorie di lavoratori che sono più a stretto contatto con esso ma anche nei consumatori finali di prodotti agricoli. Alla luce di questo primo parere si sono poi susseguite le opinioni di EFSA (Autorità Europa per la Sicurezza Alimentare), del gruppo sui pesticidi della FAO/OMS e dell’ECHA (Agenzia Europea per le Sostanze Chimiche). Tutti questi ultimi pareri, in realtà, si esprimono a favore della non cancerogenicità della sostanza. Se questo da una parte rassicura l’opinione pubblica, dall’altra la getta in un caos di dubbi e incertezze sull’entità reale dell’impatto che la sostanza ha sulla salute umana. Effettivamente non esiste un parere chiaro e unanime a riguardo. Si è arrivati a concordare quindi che il glifosate sia una sostanza a “sospetta cancerogenicità non sufficientemente dimostrata” e che per tanto richiede successivi approfondimenti! Arriva, infine, nella prima metà del 2018, l’ultimo parere dell’EFSA su questa molecola. Al riesame del profilo tossicologico e dei livelli massimi della sostanza consentiti negli alimenti l’EFSA conclude che “ai correnti livelli di esposizione da glifosate non si ravvisa un rischio per la salute dell’uomo”. Conclusione analoga viene raggiunta poi anche per i livelli nei mangimi poiché anche in questo caso ‘’non si ravvisano effetti nocivi del glifosato sulla salute di bovini, pecore, maiali, cavalli e polli’’. Nonostante questo però la comunità scientifica ha continuato a interrogarsi sugli effetti di tale sostanza sulla salute umana, soprattutto andando a indagare sui danni riscontrabili a lungo termine. Studi indipendenti come quelli portati avanti dagli scienziati dell’Istituto Ramazzini di Bologna, in associazione all’Istituto Superiore di Sanità e ad alcune Università americane, sono la dimostrazione di come la conoscenza globale su questa molecola non sia ancora del tutto completa. Lo studio pilota ha l’obiettivo di ottenere informazioni sulla tossicità del glifosate e dei formulati complessi che lo contengono (GBHS) durante i diversi periodi dello sviluppo (neonatale, infanzia, adolescenza). Nello studio viene somministrata per via orale a ratti in fase di sviluppo, dalla fase embrionale fino a 13 settimane dallo svezzamento che più o meno corrisponde al raggiungimento dei 18 anni di età nell’organismo umano, una dose di glifosate corrispondente a quella giornaliera accettabile (1,75 mg/kg/die). Questa concentrazione di glifosate è stima della quantità della sostanza, presente nel cibo o nell’acqua da bere, espressa in base alla massa corporea, che può essere ingerita quotidianamente per tutta la vita da parte degli esseri umani senza che ci siano rischi rilevanti per la salute. Quindi questa quantità è una dose considerata sicura. I risultati dello studio mostrano come anche una dose considerata sicura possa variare alcuni parametri biologici essenziali nell’essere vivente tra cui quelli relativi allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e al microbioma intestinale. In particolare si evidenzia l’alterazione di alcuni parametri dello sviluppo sessuale nelle femmine dei ratti trattati; si manifestano alterazioni significative nel microbioma intestinale soprattutto nel periodo dello sviluppo e sempre nelle prime fasi della vita delle cavie utilizzate si manifestano alterazioni anche a livello del midollo osseo, determinando quindi anche una potenziale azione genotossica. Inoltre lo studio sembra evidenziare anche una forte tendenza del glifosato e dei suoi metaboliti al bioaccumulo. È chiaro quindi come, nonostante neanche questo studio, almeno per ora, accerti il nesso tra l’esposizione al glifosato e la comparsa di tumore, evidenzi piuttosto il rischio di comparsa di patologie croniche a lungo termine che potrebbero coinvolgere un numero enorme di persone, visto e considerato la diffusione planetaria di questo erbicida.

Come ci stiamo muovendo?
Anche l’uso del glifosate, come quello di altri pesticidi, ha necessità di essere autorizzato a livello comunitario. La sua prima autorizzazione risale al 2002 ma periodicamente le agenzie internazionali operano per rivalutare la sicurezza per la salute e l’ambiente in modo da decidere se rinnovare o meno l’autorizzazione alla commercializzazione e quindi all’uso della sostanza in esame. Con autorizzazioni decennali è dal 2012 che è partito il processo di rivalutazione del glifosate, ma una volta manifestate, nel 2015, le prime divergenze tra i diversi enti, sono state proposte numerose proroghe per permettere uno studio più approfondito della questione. L’ultima proroga nel 2017 ha portato alla decisione di rinnovare l’autorizzazione alla commercializzazione e utilizzo del glifosate per altri 5 anni, invece che per 10. Anche gli Stati Membri, negli anni, hanno espresso la loro opinione a riguardo e già diversi Paesi hanno manifestato la preferenza verso il non rinnovo all’autorizzazione al commercio di tale sostanza. Tra questi in primis la Francia, l’Olanda, la Svezia ma anche l’Italia. La tendenza infatti è quella di adottare il principio di precauzione per cui, se non è possibile eliminare la sostanza, si agisce nell’ottica di ridurre o limitare il suo utilizzo. Per esempio la Francia ha già dichiarato di voler bloccare definitivamente l’utilizzo di questa sostanza a partire dal 2022. In Italia, il Ministero della Salute già nel 2016 ha posto il divieto di utilizzo di questa sostanza nelle aree frequentate dalla popolazione o da gruppi di persone più vulnerabili, come parchi, giardini, campi sportivi, aree ricreative, scuole e strutture sanitarie. Inoltre il nostro Paese adotta disciplinari produttivi in cui l’uso del glifosate è già limitato a soglie del 25% più basse rispetto alle indicazioni Europee. La tendenza generale è quindi quella di ridurre al minimo l’utilizzo di questo prodotto nell’ottica di eliminare un potenziale prodotto inquinante per l’ambiente e dannoso per la salute a fronte soprattutto di ulteriori studi che ne chiariscano ancora di più i meccanismi d’azione nel corpo umano e quanti di questi possono essere ricondotti a fenomeni patologici. È chiaro che il passaggio successivo è quello di trovare una valida alternativa per il settore agricolo. Il grande successo del glifosate in questo campo è infatti connesso alla sua grande efficacia a fronte di un costo contenuto. La sua eventuale eliminazione dal mercato, per non gettare in piena crisi un settore delicato come quello delle produzioni agricole, dovrebbe essere accompagnata dalla proposta di una valida sostituzione che sia ecosostenibile e priva di rischi per la salute di uomo e animali.

* Consulente in Sicurezza alimentare e HACCP

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