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Zecche e febbre del Texas

La storia della febbre del Texas, e di come è stata studiata e vinta, può essere un valido insegnamento per affrontare le epidemie di oggi

In questo periodo in cui imperversa un microscopico virus dalle origini incerte e ancora da studiare, responsabile di centinaia di migliaia di morti, milioni di contagiati e che sta costringendoci a modificare il nostro stile di vita, non potendomi addentrare in una materia così complessa come quella dei virus, mi sembra interessante fare un accenno ad un esempio storicamente rilevante frutto degli studi del prof. Theobald Smith. La scelta deriva dal fatto che il professore non è forse noto ai più, eppure lo meriterebbe,essendo le zecche un problema che ci riguarda da vicino, affacciandosi ciclicamente sul nostro territorio nazionale, ma soprattutto per il percorso di approfondimento del binomio zecche-febbre del Texas.

Smith nel 1893 pubblicò una esauriente nota in cui spiegava perché le mucche del Nord del Texas trasportate nel Sud di quello stato morissero di febbre alta e le mucche del Sud, sebbene sane, se trasportate al Nord portassero la morte ai bovini del Nord. Interessante è notare che la dotta pubblicazione oltre a svelare l’eziologia della allora misteriosa malattia fornì preziosi spunti a David Bruce nello studio della malattia del sonno (mosca tse-tse) e a Battista Grassi nello studio della malaria, a riprova che la Scienza è quasi sempre un concatenarsi di scoperte. 

Probabilmente la molla che indusse il venticinquenne Smith, già dottore in medicina, a dedicarsi alla batteriologia furono la sua avversione a sentirsi impotente di fronte alle malattie infettive e le pubblicazioni di Robert Koch (scopritore del bacillo della tubercolosi). Era forte in lui il desiderio di andare in Germania per apprendere le tecniche di colorazione dei bacilli, le metodiche per ricavarne colture pure e potersi quindi dedicare alla Scienza, ma non avendo i necessari mezzi economici si impiegò all’Ufficio per l’Industria degli Animali di Washington. Si interessava ai bacilli che sapeva essere la causa di alcune malattie delle mucche e dei maiali, ma non era in grado di vederli e tantomeno isolarli. Però essendo padrone della lingua tedesca leggeva con la massima attenzione tutto ciò che Koch pubblicava, impadronendosi così delle tecniche di microbiologia applicata. Il suo primo successo fu la realizzazione un vaccino sicuro non contenendo bacilli vivi, ma soltanto un filtrato delle loro proteine.

Tuttavia il problema che assillava la struttura governativa in cui lavorava era quello per cui gli allevatori del Sud, quando scaricavano il bestiame del Nord e lo portavano nei loro pascoli, accadeva una moria del bestiame autoctono. Lo stesso accadeva se i bovini del Nord venivano fatti pascolare dove avevano soggiornato i bovini sani del Sud. Dopo appena un mese iniziavano a morire.

Gli allevatori avevano cominciato ad intuire che la causa delle morie fossero le zecche, ma erano osteggiati dai veterinari dell’Ufficio Civico di Sanità. Le ipotesi erano tante: il concime, la saliva, e molte altre, però nessuna contemplava le zecche: di fatto venivano avanzate tante teorie, ma intanto il bestiame continuava a morire. Inutili erano anche le osservazioni del sangue degli animali morti: in essi si trovava una eterogeneità di bacilli tale da non poter identificare una sorta di causa-effetto.

Nel 1888 (dai nostri giorni sono trascorsi 132 anni ed è cambiato il mondo) Smith ebbe finalmente a disposizione un laboratorio ben attrezzato, che purtroppo non servì a molto se non a osservare che i globuli rossi ricavati dalla milza di animali morti (conservata in ghiaccio per evitare i batteri putrefacenti) risultavano frantumati. 

Fu così che il professore fece sua l’osservazione degli allevatori: “senza zecche niente febbre del Texas” e si convinse che fosse indispensabile seguire la Natura studiando gli animali vivi.

Nel 1889 la situazione si aggravò a tal punto da indurre il Governo a fornire adeguato supporto economico alla sezione Agricoltura e fu così che Theobald Smith realizzò degli appezzamenti di terreno ben isolati da alti steccati. Il professore importò dal Sud sette vaccherelle sane impestate da zecche e le collocò nel campo n° 1 insieme a sei giovenche sane provenienti dal Nord non infestate. Theobald probabilmente pensava: “stiamo a vedere cosa succede”. Era il 27 giugno 1889.

Poi con metodo certosino liberò, non senza difficoltà, dalle zecche tre vacche del Sud e una volta verificata la loro assenza furono condotte nel campo n° 2 insieme a quattro manze sane del Nord.

Verso la metà di agosto nel campo n° 1 le zecche avevano colonizzato le giovenche del Nord che cominciarono a non alimentarsi divorate dalla febbre. Nel campo n° 2 (privi di zecche) tutti gli animali erano perfettamente sani.

Fu così che osservando il sangue fresco degli animali febbricitanti il professore vide all’interno dei globuli rossi delle forme somiglianti a delle microscopiche pere. Si trattava del protozoo Babesia bigemina, l’agente eziologico della febbre del Texas.  

Meticoloso com’era volle fare la prova del nove e prese così due bestie sane dal campo n° 2 e le mise nel campo infetto e purtroppo le due mucche si ammalarono con esito infausto.

Interessante fu poi il test che fu organizzato nel campo n° 3, dove fu sparsa una grande quantità di latte proveniente da areali del Sud in cui le vacche si alimentavano di erba brulicante di zecche. Poste in quel recinto, quattro giovenche provenienti dal Nord, dopo che si erano alimentate di foraggio irrorato di latte, presentavano sintomi assai gravi della patologia, ma tre guarirono perfettamente avendo così acquisito una sorta di immunità che spiegava lo strano incrocio Nord-Sud e Sud-Nord.

Gli studi proseguirono e dimostrarono che le zecche, se ingerite, non creavano problematiche di nessun genere. Restava da risolvere il perché dovessero trascorrere 30 giorni perché la malattia si manifestasse. La scoperta, come molte altre, fu casuale. Ci si accorse che le zecche allevate in ambiente esente dal protozoo e messe a suggere il sangue di animali malati non trasmettevano la malattia, ma la loro prole si; ecco spiegato il perché dovevano trascorrere i fatidici 30 giorni: doveva compiersi il ciclo biologico del pericoloso aracnide. 

Il caparbio professore era anche un valente musicista amante di Beethoven e a parere di molti la sua pubblicazione “Indagine sulla natura, cause e prevenzione della febbre del bestiame del Sud” presenta molte analogie con l’ottava sinfonia del grande musicista: semplice e infinitamente complicata ad un tempo come la Natura. 

Spero davvero di aver reso omaggio a un grande scienziato semi-sconosciuto e di aver tracciato, raccontandone la storia, alcune analogie sulla complessità degli aspetti epidemiologici che ci affliggono in questi giorni. Augurandomi che qualche scienziato si dimostri all’altezza del nostro eroe e trovi una adeguata soluzione.

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