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L’esperienza non basta!

Vi siete mai chiesti se l’esperienza serva veramente? E soprattutto, cosa significa realmente avere esperienza?

Fabrizio Pirovano e Marco Monti

In questo momento particolare, in cui l’efficienza deve essere portata ai massimi livelli per fare fronte alle sfide di un periodo senza precedenti, ogni punto di forza delle persone che compongono l’azienda va valorizzato e utilizzato a fondo. È così che, durante la nostra attività di formazione e consulenza presso le aziende, ci capita spesso che le persone ci dicano “Ho anni di esperienza”.

L’esperienza rappresenta un punto di forza? 

Per chi lo dice a petto gonfio probabilmente significa saperne una più del diavolo, ma provate a pensare a qualcuno che faccia un lavoro nello stesso pessimo modo per tanti anni (ne conoscete certamente uno anche voi). Lo indichereste come un esempio da seguire? Eppure ha tanti anni di esperienza…

Non è l’esperienza quella che ci serve, ma l’esperienza giusta

Forse conoscete già la teoria delle 10.000 ore, in cui si sostiene che per diventare davvero bravi in qualcosa servano almeno 10.000 ore di applicazione. Parole sacrosante. Ciò, però, non significa che basti fare qualcosa per 10.000 ore per diventare bravi. Bastano 10.000 ore di tennis per diventare Roger Federer? Se così fosse, due delle quattro mani che stanno scrivendo questo testo non sarebbero qui, ma impugnerebbero una racchetta sull’erba di Wimbledon (le altre due sarebbero sugli spalti a impugnare un gelato e ad applaudire. A volte facendo anche le due cose contemporaneamente).

Non è l’esperienza quella che ci serve, ma l’esperienza giusta.

Per dimostrarlo, alla City University of New York hanno fatto una ricerca. Vi immaginiate qualche studio sui massimi sistemi? Non proprio.

Il professor Cleary e il suo collega Zimmerman, un bel giorno si sono detti “Andiamo a fare due tiri a canestro?”. Una volta in campo, anche a due tipi rigorosi come loro è saltato agli occhi che per occupare il tempo di un’ora buca, tra il basket e l’aula professori non c’è gara. La loro idea fu geniale: giustificare una permanenza prolungata sul playground con la scusa di raccogliere qualche dato. Pensarono di provare a scoprire le differenze nel modo di allenarsi tra i giocatori più bravi nei tiri liberi e quelli meno bravi, o almeno questo era quello che dicevano quando la gente li vedeva rientrare sudati come bestie: “È per una ricerca” dichiaravano con la faccia seria.

Non sappiamo se sia davvero andata così e nonostante non abbia cambiato il destino dell’umanità, la loro ricerca ha fatto comunque emergere due cose interessanti:

  1. I giocatori migliori avevano obiettivi specifici nel modo di procedere prima di tentare un tiro libero durante l’allenamento. Per esempio: “Voglio piegare di più le ginocchia”.  I peggiori si proponevano solo di “fare canestro”. 
  2. Quando sbagliavano un tiro, i giocatori migliori attribuivano l’errore a problemi tecnici specifici, come “Non ho piegato le ginocchia”. Ciò permetteva loro di fissare obiettivi di miglioramento per il tiro seguente. I giocatori più scadenti, invece, tendevano ad attribuire il mancato canestro a fattori non specifici, come “Oggi non sono in forma”, il che non forniva loro alcun elemento per migliorare il tentativo seguente. 

Non è l’esperienza quella che ci serve, ma l’esperienza giusta.

A metterla così pare facile, eppure sapete qual è il vero problema? È che per fare l’esperienza giusta, spesso bisogna utilizzare uno schema di comportamento nuovo, fatto che implica di uscire dalla propria zona di comfort. Viceversa, se farete sempre le stesse cose, vivrete nella comodità della vostra zona di comfort, ma arriverete a un certo livello e non riuscirete più a progredire. È un pensiero che è stato attribuito ad Einstein, ma non importa scomodare tanta sapienza per arrivarci.

È vero anche che, quando parliamo di schemi di comportamento, molti ci rispondono che a loro piace essere creativi ed esprimere la loro personalità.  Lo pensate anche voi?

Vi parliamo di salto in alto e fateci sapere se cambierete idea.

Siamo a Città del Messico e corre l’anno 1968. Si disputano i Giochi Olimpici. Si presenta in pedana tale Dick Fosbury, anni 21. Fosbury aveva ideato uno schema tecnico nuovo – il salto ventrale – completamente diverso da quello adottato fino a quel momento. Il giovane atleta lo aveva già sperimentato e reso noto vincendo il campionato nazionale di college e i trials di qualificazione per i Giochi Olimpici. Nonostante ciò, molti suoi avversari più “esperti” snobbarono la novità introdotta dal giovane. Risultato: Fosbury superò l’asta a 2 metri e 24 e vinse l’oro olimpico. Gli altri, orgogliosi del loro ventrale, se ne andarono con la coda fra le gambe. Scegliete voi chi, a Città del Messico nel ’68, sia stato il più creativo e abbia espresso al meglio la sua personalità, pur applicando uno schema. Piccolo suggerimento: tutti i saltatori del mondo oggi adottano una tecnica che si chiama “salto alla Fosbury”.

Parlando di schemi di comportamento, se vorrete adottare comportamenti più efficienti, dovrete inevitabilmente allenarvi come i migliori giocatori di basket della City University of New York e imparare (o almeno esplorare) schemi diversi come Dick Fosbury. Vi piace l’improvvisazione? Pensate a un musicista che improvvisa. È uno che non conosce la musica? Il migliore improvvisatore del mondo è colui che, grazie all’esperienza, conosce perfettamente tutti gli accordi (fuori di metafora, gli schemi comportamentali) e che, in base al momento, adotta quello più efficace. Non è chi procede senza uno schema preciso o, ancora peggio, sempre nello stesso modo. L’esperienza è utile solo se finalizzata a trovare lo schema di comportamento migliore per il caso specifico e il salto ventrale funziona bene fino a quando qualcuno non vi mostrerà il salto alla Fosbury.

In questo momento specifico, in una situazione in cui ognuno di noi si trova di fronte a sfide completamente nuove, l’esperienza che ci portiamo dietro dal passato e da quello che abbiamo sempre fatto può garantirci il comportamento più efficace? Questo è il quesito. 

Di fronte a una situazione completamente nuova, l’esperienza che ci proviene dal passato va messa in discussione e vanno esplorati comportamenti nuovi. Solo allora sapremo realmente quale sia quello in grado per fornirci le soluzioni migliori rispetto al momento epocale che stiamo vivendo.

L’esperienza non basta. A maggior ragione oggi, non è l’esperienza quella che ci serve, ma l’esperienza giusta.

Piccola nota di colore. Parlando di esperienza, abbiamo visto un tizio, tanto tempo fa,  intento a scrivere una lettera di presentazione a un cliente. Aveva appena visto una lettera di un collega che iniziava con “Dopo anni di esperienza…” e un’altra di un altro collega che partiva con “Dopo un’esperienza triennale…”. Quel tizio decise di prendere il meglio da entrambe e iniziò la sua con un orgoglioso: “Dopo anni di esperienza triennale…”. 

Esperti di tutto il mondo, scansatevi.

 

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