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Fake news e scelte alimentari

Oggi si può accedere a banche di dati scientifici importanti e accedere a una mole di informazioni che una volta sarebbe stato difficile immaginare

di Silvia Monguzzi,

Esperta in Scienze e Tecnologie alimentari

Comunicare attraverso il web con costi molto bassi raggiungendo in tempi rapidissimi un pubblico molto ampio è estremamente positivo. Il problema è che chi cerca informazioni da un lato dovrebbe avere gli strumenti per poterle selezionare e, dall’altro, chi immette informazioni dovrebbe obbedire a criteri che sono prima di tutto di tipo etico limitando la propria comunicazione a una competenza effettiva e alla buona fede. Giorgio Antonio Donegani, tecnologo alimentare ed esperto in educazione alimentare, inquadra il tema delle fake news.

“Purtroppo oggi c’è stata un’evoluzione nel modo di comunicare su internet – continua Donegani – ci si è spostati da un marketing di prodotto a un marketing più orientato sul consumatore. Il web si è trasformato diventando un enorme database ricco di informazioni, che riguardano ciascuno di noi, anche negli aspetti più intimi come i comportamenti d’acquisto o le relazioni con gli altri. È capitato quello che Nicholas Negroponte aveva già ipotizzato anni fa: si è realizzato un ambito dove costruire “sacche di convergenza digitale”, in cui creare ambienti virtuali nei quali le persone si riconoscono all’interno di un perimetro valoriale condiviso. Queste si chiamano proprio “caverne” e non è un caso perché sono ambiti molto chiusi. I padroni del web sono quelli che hanno la capacità di leggere questa mole di dati, di costruire gli ambiti in cui aggregano le informazioni e poi riuscire a condizionare i consumatori. Perché lo fanno? Tipicamente per motivi di mercato».

Perché le fake news hanno così grande impatto?

Le fake news in genere rispondono a un bisogno del pubblico. Ci sono due fenomeni che fanno sì che le fake news abbiano questa diffusione virale e letale al tempo stesso: il primo si chiama bias di conferma, cioè: quando si viene raggiunti da una fake news si è talmente affascinati, talmente stupiti, talmente tirati dentro, che quando io vado a cercare sul web, vado a cercare quello che voglio sentirmi dire. Poi c’è il fenomeno chiamato polarizzazione di gruppo: io aderisco a un pensiero anche se mi sembra una stupidaggine e che va contro addirittura alla mia percezione, pur di far parte del gruppo; e siccome mi sento stupido per aver aderito a questo, difendo con enorme forza questa mia scelta. È per quello che smontare una fake news parlando in termini scientifici di dialogo, non serve, significherebbe mettersi in discussione. Io credo che per contrastare le fake news l’unico metodo sia creare un terreno comune su argomenti diversi che serva a recuperare il dialogo e quindi apra un pochino lo spiraglio anche a mettere in discussione le differenze.

Una fake news può danneggiare un marchio o un prodotto alimentare?

Sì, possono essere incredibilmente dannose in questo senso e io credo che tutto il sistema agroalimentare italiano avrebbe dovuto per tempo interessarsi maggiormente della comunicazione digitale e utilizzarla anche a scopo preventivo, perché è un elemento di fragilità enorme.

Prendiamo l’esempio dell’olio di palma: un giornale ha inventato la notizia dello scandalo, è stata promossa una petizione che è stata addirittura appoggiata da un partito politico. Una volta creata una comunità in continua crescita, con una comunicazione molto aggressiva si è cercato di convincere le aziende a eliminarlo dai prodotti. L’olio di palma è forse l’esempio più eclatante di come il mercato possa essere devastato da queste fake news. Dal punto di vista nutrizionale e tecnologico l’olio di palma ha un solo problema: quello di essere migliore degli altri oli e anche il più sostenibile, ma che per questa sua caratteristica di economicità e sostenibilità in effetti rischiava di mettere in ginocchio tutti gli altri mercati. Ségolène Royal, in un contesto pubblico ha invitato i francesi a boicottare la Nutella perché contiene l’olio di palma, cosa mai vista per un personaggio politico di quel livello. Poi vedendo gli investimenti che ha fatto su altri tipi di semi la Francia, le cose appaiono chiare. Ma ciò che colpisce è che è stato un fenomeno tutto italiano quello dell’olio di palma, giocato a proprio favore anche da un partito politico.

La farina che viene definita “il peggior veleno che sia stato inventato dall’uomo”, in un paese dove mangiando più di 23 Kg di pasta all’anno a persona, una trentina di Kg di pane, 7/8 Kg di pizza, crakers, biscotti e grissini…, siamo il secondo popolo più longevo al mondo… Ecco, sostenere che ci nutriamo del peggior veleno e siamo i secondi più longevi è un controsenso che non richiede neanche tanto studio per essere compreso. Però nel momento in cui è andata una persona in televisione a dire questa cosa, il mercato delle farine in Italia è sceso drammaticamente. Italmopa, Associazione Industriali Mugnai d’Italia, si è trovata a fronteggiare una crisi del tutto imprevista. 

Ecco diciamo che i danni che può fare una fake news sono drammatici. Anche per le carni rosse, quando lo IARC ha detto: “La carne rossa è stata inserita nel secondo gruppo, probabilmente cancerogena, e aumenta il rischio di un particolare tumore, quello al colon”, quello che è nato a livello di interpretazione sbagliata di queste cose è pazzesco. Titoli come ”la carne uguale alle sigarette” non stanno né in cielo né in terra e che partono da una lettura sbagliata, ma strumentale evidentemente, di quelle che sono le acquisizioni scientifiche. E dall’altra parte, il crollo della carne rossa con -40% del mercato nel giro di poche settimane è stato un evento drammatico.

Questi sono i danni che possono fare le fake news e, a volte, diventa complice anche la grande distribuzione e le grandi industrie che le assecondano, quando una grande catena distributiva sposa una di queste fake news, addirittura invocando il “principio di precauzione”. In realtà, nell’esempio dell’olio di palma sono stati penalizzati moltissimi piccoli produttori, magari anche molto virtuosi, che utilizzavano quest’olio da anni per le sue prerogative e si sono ritrovati a dover riformulare i prodotti senza però avere la possibilità di farlo come può fare una grande industria.

Chi potrebbe contrastare il fenomeno?

La grande latitante, secondo me, è l’Università: non premia in alcun modo la divulgazione e premia invece la ricerca e le pubblicazioni. Infatti, le pubblicazioni delle ricerche universitarie sono destinate a giornali specialistici scientifici (ed è giusto che ci siano), ma poi bisognerebbe dare ugual valore anche alla loro diffusione al pubblico. Altrimenti si lascia spazio alle fake news e a chi si inventa le cose più strane e oggi ha la possibilità di diffonderle. Credo che sia un dovere dell’industria alimentare per la sua funzione sociale, che è quella di rendere più accessibile il cibo e di migliorarlo continuamente, finanziare degli studi di ricerca e diffonderli nell’ambito degli esperti. Purtroppo, mi spiace dirlo, oggi questa comunità scientifica non si apre a una divulgazione efficace diffondendo quello che è un sapere consolidato. A volte gli studi portano a dei risultati che non sono quelli attesi dall’azienda e molti studi arrivano anche ad essere contrari all’interesse del committente. In genere però se lo studio dà un esito positivo se ne fa tesoro mentre quando dà un esito negativo penso sia anche giusto diffonderlo, ma su questo siamo ancora lontani…

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