Ma se nessuno vuol fare l’imprenditore come faremo?
Siamo pochi imprenditori, piccoli, soli. Tante partite iva. Un importante turn over di aziende che nascono e muoiono. Una cultura di impresa spesso improvvisata, compensata da tanto impegno e passione

Il primo spunto che propongo nasce dalla constatazione che nell’ultimo anno si è avuta la più bassa crescita di nuove aziende in Italia1 (figura 1). Nel registro ufficiale ci sono oltre 6 milioni di imprese di cui poco più di 5 milioni sono attive. Più del 50% delle imprese sono individuali e solo il 30% sono imprese di capitale. Più del 10% sono imprese create e gestite da persone nate in nazioni straniere. Le altre aziende nuove sono create da donne e da giovani sotto i 35 anni. In ogni caso la tendenza è quella di NON fare impresa.
Lo stato attuale della nostra società e del nostro sistema economico pare sia caratterizzato da ricorrenti crisi che mettono in difficoltà gran parte della popolazione. Per pochi le cose sono diverse se è vero che 26 individui posseggono la ricchezza di 3,8 miliardi di persone2. Ma il tema che pongo è un altro. Siamo pochi imprenditori, piccoli, soli. Tante partite iva. Un importante turn over di aziende che nascono e muoiono. Una cultura di impresa spesso improvvisata, compensata da tanto impegno
e passione. Propongo pertanto di fare un po’ di chiarezza sulla figura dell’imprenditore, iniziando dalla lettura dell’articolo 2082 del Codice Civile: è imprenditore chi esercita professionalmente una attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o di servizi.
Secondo la dottrina economica l’esercizio professionale di questa attività pare sia caratterizzata da due diversi aspetti:
- l’Aspetto soggettivo precisa che l’attività economica può essere qualificata come imprenditoriale solamente se chi la esercita si prefigga di ricavare dalla stessa un profitto personale.
- l’Aspetto oggettivo pare risieda nell’economicità dell’attività imprenditoriale, intesa come equilibrio gestionale fra costi e ricavi; e si sostiene che è imprenditoriale quell’attività economica organizzata in modo da rimborsare i fattori della produzione impiegati, mediante il corrispettivo di ciò che si produce o si scambia3.
L’aspetto soggettivo non è sufficiente: si va dal notaio e chiede ragione sociale e oggetto sociale. Fare impresa è un atto plurale, non individuale. L’economicità dell’aspetto oggettivo passa dall’etica: il rispetto delle regole e quindi del riconoscere a tutta la filiera del valore la giusta remunerazione è fondamentale per far funzionare le cose a lungo termine. Propongo pertanto di valutare un altro slogan: è imprenditore chi crea opportunità e ricchezza per sé e per gli altri. Declinando le diverse parole contenute in questa frase, le caratteristiche dell’imprenditore sono diverse rispetto alla dottrina sopra esposta:
- creare: l’idea di avventura, di lasciare un segno del proprio passaggio in questo mondo, la generatività
- opportunità: visione di lungo periodo, non concentrata sulla speculazione del qui ed ora
- ricchezza: è un termine positivo, non solamente legato al principio del lucro ma ad un’idea di bellezza e di crescita, meglio se collettiva, di sistema
- per sé: fondamentale dare un senso al proprio agire e comprendere che ne vale la pena, per sé stessi
- per gli altri: senza gli altri non è possibile la creazione e la crescita, soprattutto in una fase storica dove la specializzazione crea inevitabilmente dipendenza. Per questo la corretta ridistribuzione della ricchezza è fonte di soddisfazione di tutto il sistema.
Ma è possibile fare l’imprenditore in questo modo, o no? Faccio alcune considerazioni:
– il sistema non educa all’imprenditività: favorisce invece lo studio e l’addestramento per erogare prestazioni (tecniche o professionali) o per gestire le risorse umane, strutturali e umane altrui (le attività dei cosiddetti manager).
– Se non si fa impresa chi creerà posti di lavoro e ricchezza per tutti?
– La politica e la finanza stessa dovrebbero facilitare il fare impresa oltre a quello che già fanno.
Quanti genitori conoscete che dicono ai propri figli: “studia, sperimenta, esercitati, risparmia, sogna, crea relazioni serie e durature …etc. così prima o poi crei un’impresa nuova”?
O quante persone sentite dire: “non ci penso nemmeno un minuto a fare l’imprenditore: lo stato ti prosciuga di tasse, i dipendenti ne approfittano, i clienti non pagano, i fornitori fanno quello che vogliono, le banche non ti finanziano e se lo fanno ti strozzano …..”
Ad aggravare lo scenario va detto che:
– nella maggior parte dei settori merceologici, si assiste all’aggregazione di imprese: sempre meno aziende e sempre più grandi. Le grandi realtà sono spesso strutture finanziarie, fondi di investimento, organizzazioni nate per speculare a breve termine. L’opposto dell’idea imprenditoriale basata sull’economia reale e su una visione di lungo termine: quell’idea tipica dei piccoli.
– Va considerato il fenomeno delle start-up (una volta chiamate aziende nuove) che statisticamente chiudono all’80% entro due anni, proprio per mancanza di competenza imprenditoriale. Questo non è un incentivo.
– È pur vero che per iniziare ci vogliono soldi, oltre che idee. Ed è per questo motivo che spesso le nuove aziende nascono all’interno di un sistema già esistente ed avviato. Per gli altri iniziare è difficile.
Abbiamo bisogno di pedagogia del fare impresa, nelle famiglie, nelle scuole, nelle università, nelle stesse imprese già esistenti: dobbiamo trasferire gli aspetti positivi della responsabilità, della soddisfazione, dell’etica, della creazione di valore, del ruolo sociale dell’imprenditore. Consapevoli delle difficoltà e della complessità di questa attività, sia essa produttiva, commerciale, distributiva o di servizi. E abbiamo bisogno di risorse per incentivare la creatività e la voglia di generare. Forse così avremo un futuro possibile. Si dovranno però affrontare anche altre questioni: il fascino del rischio, il rapporto con la solitudine, la paura di fallire. Queste sono le pietre miliari della capacità di prendere decisioni, un aspetto della personalità e delle attitudini del singolo. La paura di non farcela è comune a tanti altri aspetti della vita, non solo del fare impresa. Su questo magari si potrà riflettere più avanti.
Franco Cesaro
(1) https://www.truenumbers.it/quante-imprese-ci-sono-in-italia-51-milioni-quelle-attive/
(2) https://www.ilsole24ore.com/art/disuguaglianze-26-posseggono-ricchezze-38-miliardi-persone-AEldC7IH
(3) https://www.altalex.com/documents/news/2008/12/17/nozione-di-imprenditore-e-articolo-2082-c-c





