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L’igiene è un processo clinico

Le infezioni correlate all’assistenza sono un indicatore di qualità tanto quanto la mortalità o le riammissioni. Per Acoi (Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani) la prevenzione e l’igiene fanno parte del gesto chirurgico. Questo significa standard condivisi, comportamenti ripetibili e misurazione

Dal maggio 2024 il  Dott. Vincenzo Bottino è alla guida di ACOI, Associazione Chirurghi Ospedalieri Italiani, nata con l’intento di promuovere gli interessi della chirurgia nosocomiale nel nostro Paese, affrontando temi cruciali come la formazione, il contenzioso medico-legale e le relazioni con le istituzioni sanitarie. Gli abbiamo chiesto di fornirci il suo autorevole parere su un tema che riguardano assai da vicino il mondo del professional cleaning, ovvero l’importanza di un’accurata igiene ospedaliera quale fattore strategico per la lotta alle Infezioni Correlate all’Assistenza. Ci è sembrato fondamentale ascoltare la voce e le proposte dei professionisti che ogni giorno sono particolarmente in prima linea nella prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza, attraverso la rigorosa applicazione di pratiche e procedure sempre più efficaci.

Dottor Bottino, la ringrazio innanzitutto della disponibilità: credo che per voi medici chirurghi ospedalieri e per ACOI, il tema della pulizia nosocomiale collegata ad un’efficace azione di prevenzione e lotta alle Infezioni Correlate all’Assistenza, sia al centro dell’attenzione. Che considerazioni si sente di esprimere alla luce della sua esperienza e della mission dell’Associazione?

Le infezioni correlate all’assistenza sono un indicatore di qualità tanto quanto la mortalità o le riammissioni. Per ACOI la prevenzione non è “accessoria”: è parte del gesto chirurgico. Questo significa standard condivisi (linee guida OMS/ISS), comportamenti ripetibili e misurazione. Dove igiene delle mani, profilassi antibiotica appropriata, gestione dei flussi in sala e sanificazione tracciabile diventano routine, calano complicanze e giorni di degenza. La nostra missione è ridurre la variabilità tra reparti: stessi protocolli, stessi controlli, stessa trasparenza sugli esiti. Portiamo questi standard non solo nei centri di eccellenza, ma ovunque si fa chirurgia, perché la sicurezza del paziente non può dipendere dal CAP dell’ospedale.

La chirurgia ospedaliera è un ambito cruciale nella lotta alle ICA, dato l’alto rischio di infezioni del sito chirurgico e altre complicanze post-operatorie, che aumentano morbilità e costi. Quali impegni state portando avanti, in questo ambito, con gli altri soggetti coinvolti e con il Ministero della Salute, per ridurre il fenomeno?

Come ACOI stiamo lavorando per mettere in atto tre proposte operative e molto concrete: diffusione e aggiornamento dei bundle per la prevenzione delle infezioni del sito chirurgico (profilassi antibiotica, antisepsi alcolica, normotermia, controllo glicemico) integrati nelle nostre checklist di sala; formazione e audit nei reparti, con indicatori di processo ed esito (tassi di SSI, aderenza all’igiene delle mani, consumo di antibiotici) e cruscotti condivisi con le direzioni; proposte tecniche messe a disposizione di Regioni e aziende sanitarie per rafforzare i programmi di antimicrobial stewardship e la sorveglianza. Le nostre azioni sono pienamente allineate ai programmi nazionali e alle raccomandazioni internazionali; siamo pronti a condividerle anche con il Ministero ogni volta che saremo chiamati a confrontarci.

Le chiedo una riflessione sul concetto di igiene in ambito chirurgico ospedaliero: cosa comporta, in concreto, declinare questa parola attraverso l’attuazione di rigorosi protocolli, a partire dal lavaggio delle mani, fino alla sterilizzazione di strumenti e ambienti tramite detergenti e disinfettanti specifici?

Tradotto in pratica: cinque momenti OMS per l’igiene delle mani con dispenser accessibili e prodotti efficaci; preparazione cutanea con antisettici appropriati e tricotomia solo se necessaria; percorsi pulito/sporco separati e controllo accessi in sala; sterilizzazione validata e tracciabile degli strumenti (lotti, indicatori, log digitale); piani di sanificazione per livello di rischio (sale operatorie, recovery, degenze) con check-list firmate e verifiche oggettive. Gestione dei materiali “a monte” (allestimento completo prima dell’ingresso) e porte chiuse durante l’intervento riducono turbolenze e contaminazioni. Sono dettagli minuti ma fanno la differenza sugli esiti.

Più in generale, cosa rappresenta oggi, per voi chirurghi, l’igiene ospedaliera nelle sue varie accezioni, calata nella realtà quotidiana della vostra preziosa attività altamente specializzata?

È sostanzialmente cultura della sicurezza. Significa che chirurghi, anestesisti, infermieri, OSS, tecnici di sterilizzazione e personale di cleaning lavorano su protocolli condivisi e rispondono agli stessi KPI. È anche trasparenza: quando accade un evento, si fa un audit, si corregge e si comunica al team. In questo senso, l’igiene è un processo clinico con impatto misurabile su complicanze, giorni di degenza e riammissioni.

L’accurato lavaggio e l’asciugatura delle mani costituisce in ogni ambito di pulizia e prevenzione, un vero e proprio “imperativo categorico”: ritiene che vi sia la piena consapevolezza della sua importanza in ambito ospedaliero e sanitario?

La consapevolezza c’è, riuscire a mantenerla alta è la sfida. Funziona la combinazione di: disponibilità capillare di soluzioni alcoliche, micro-formazioni frequenti e brevi, osservatori sul campo con feedback immediato, report visibili di reparto (consumo per 1.000 giornate di degenza e tasso di compliance), e leadership di esempio. Anche il design aiuta: dispenser “nel percorso naturale” del professionista, reminder visivi non invasivi, prodotti ben tollerati. La compliance non è solo formazione: è ergonomia, monitoraggio e cultura.

Troppo spesso la sanità ospedaliera nel nostro Paese è messa sotto accusa. In base al suo privilegiato osservatorio, qual è la sua visione d’insieme circa la cura dell’igiene e la sensibilizzazione del personale che opera negli ospedali italiani in materia di pulizia, sanificazione, disinfezione e sterilizzazione dei locali? Cosa emerge dal confronto con il resto d’Europa?

In Italia convivono eccellenze e variabilità. I reparti con personale stabile, protocolli allenati, audit regolari e supervisione della sterilizzazione mostrano meno ICA e migliori esiti. Le criticità emergono dove c’è turn-over elevato e outsourcing non governato. In Europa i sistemi più solidi hanno sorveglianza nazionale, standard unici, reporting obbligatorio e programmi strutturati di stewardship antibiotica. Dobbiamo ridurre la variabilità interna adottando standard nazionali e cruscotti condivisi, non mille regole diverse.

Negli altri Paesi europei esistono modelli virtuosi ai quali potersi ispirare per governare il fenomeno delle ICA, che oggi in Italia è solo parzialmente sotto controllo?

La letteratura e l’esperienza indicano alcune leve affidabili: bundle anti-SSI applicati con disciplina; stewardship antibiotica multiprofessionale; sorveglianza attiva con feedback rapidi; pubblicazione interna dei risultati (benchmark tra unità); formazione pratica e simulazione per le procedure ad alto rischio; “time-out” pre-incisione e debriefing con raccolta near-miss. Non servono soluzioni miracolose: servono routine robuste, dati e responsabilità diffuse.

Certamente, per raggiungere l’ambizioso obiettivo della massima igiene e sterilizzazione degli ambienti nosocomiali è necessario un grande sforzo collettivo di medici, infermieri, pazienti e familiari. In ospedale opera pure il personale fornito dalle imprese esterne di pulizia che prestano i loro servizi. Quali strumenti sono utili, a livello organizzativo e gestionale, per integrare al meglio il lavoro di questi operatori ai fini della salute e della sicurezza in ospedale?

Il cleaning è parte della squadra di cura. La differenza la fanno: formazione specifica per aree a rischio, piani per classe di ambiente, codici colore e DPI, tracciabilità delle attività (check-list digitali), partecipazione agli audit e canali diretti con la direzione sanitaria. A livello contrattuale, è utile legare una quota del compenso a KPI di qualità (es. esiti dei controlli di sanificazione, non-conformità, tempi di ripristino sala). Così l’interesse di tutti coincide con l’esito clinico. La logistica conta: programmazioni realistiche dei turni di sala e procedure di turnover che non comprimano i tempi tecnici di sanificazione.

La nostra è una rivista che si occupa di igiene e cleaning professionale: è un “mondo” che in lei e nella sua Associazione desta interesse, per quanto concerne l’impiego di tecnologie, prodotti e sistemi che igienizzano e sanificano le pavimentazioni, curano il lavaggio e la sterilizzazione con prodotti chimici delle superfici, rimuovono le polveri e garantiscono la manutenzione delle condotte aerauliche, solo per fare degli esempi?

Siamo molto interessati all’innovazione, ma con approccio evidence-based e integrazione semplice nelle routine. Valutiamo favorevolmente: tracciabilità digitale della sterilizzazione e dei flussi, monitoraggi oggettivi delle superfici, sistemi di gestione dell’aria in aree critiche dove previsti (filtrazione, ricambi adeguati, manutenzione documentata), soluzioni che facilitino l’igiene delle mani, automazioni per sanificazioni in spazi idonei, prodotti efficaci e sostenibili con istruzioni chiare. La tecnologia è un mezzo: deve dimostrare efficacia, sicurezza e capacità di “stare” nei processi quotidiani senza complicarli.

MAURIZIO PEDRINI

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