Abbigliamento da lavoro femminile, perché l’unisex non basta
Sempre più donne lavorano nei settori tecnici, ma l’abbigliamento da lavoro non sempre tiene il passo. Troppo spesso i capi professionali, anche quando sono definiti unisex, nascono su una vestibilità maschile, con ricadute che vanno oltre il comfort e toccano la sicurezza. Il tema è al centro di un approfondimento di Mewa, azienda specializzata nei servizi tessili per industria, artigianato e ristorazione, e riguarda da vicino anche il cleaning e il facility management, dove la presenza femminile è storicamente rilevante e la divisa fa parte a pieno titolo dell’organizzazione del lavoro.
Secondo l’associazione tedesca di categoria lo Zentralverband des Deutschen Handwerks (ZDH), le donne rappresentano circa un terzo degli occupati nei comparti dell’artigianato e quasi un’impresa su quattro è guidata o co-gestita da una donna. Un’analisi dell’Istituto tedesco per l’economia IW Köln rileva che la quota di donne tra i professionisti qualificati è passata da circa il 13% al 17%, mentre nelle costruzioni è più che raddoppiata. Cambia così la composizione delle squadre e, con essa, ciò che serve per lavorare in condizioni di sicurezza, comfort ed efficienza.
Molte aziende scelgono modelli unisex perché sembrano una soluzione semplice ed economica per i team misti. Il problema è che le collezioni unisex si basano spesso su tagli pensati per il corpo maschile, con pantaloni troppo ampi, lunghezze non corrette e libertà di movimento ridotta. Dettagli che in pratica diventano un ostacolo alla produttività e, in alcuni casi, un rischio. La conformazione femminile prevede infatti spalle e vita generalmente più strette, fianchi più pronunciati e un dorso più corto. L’abbigliamento progettato per le donne ne tiene conto con una geometria studiata ad hoc e inserti elasticizzati, senza rinunciare a tasche, portaoggetti e portautensili. Anche i rinforzi per le ginocchia sono posizionati nel punto corretto, all’altezza del ginocchio e non dello stinco.
Quando entrano in gioco i dispositivi di protezione individuale, la vestibilità diventa una questione di sicurezza, perché i DPI svolgono la loro funzione solo se calzano correttamente. Uno studio della RWTH Aachen, una delle principali università tecniche tedesche, ha analizzato le segnalazioni di infortunio dei vigili del fuoco volontari e ha rilevato per le donne un rischio doppio rispetto ai colleghi uomini. Secondo i ricercatori, il dato è riconducibile almeno in parte a dispositivi non adeguati alla corporatura femminile.
Oltre la sicurezza: un segnale di attenzione
C’è poi un aspetto di carattere organizzativo. In un periodo segnato dalla carenza di personale qualificato, far sentire le persone ascoltate può incidere anche sulla competitività. «Mettere a disposizione delle donne un abbigliamento adeguato alle loro esigenze significa trasmettere un messaggio chiaro: siete parte integrante dell’organizzazione e abbiamo pensato anche a voi», spiega Silvia Mertens, responsabile Product Management di Mewa. Un capo che veste bene e non limita i movimenti permette inoltre di concentrarsi sul lavoro senza distrazioni.
Non si tratta, precisa Mertens, di una questione di colore né di una contrapposizione tra modelli. Alcune donne, soprattutto con una conformazione più lineare, possono sentirsi a proprio agio anche con capi unisex o da uomo che vestono bene, e devono poter scegliere. «Il criterio non dovrebbe essere il genere indicato sull’etichetta, ma la reale vestibilità del capo», sottolinea, ricordando l’importanza di offrire più di un’opzione. L’abbigliamento da lavoro specificamente pensato per le donne non è una scelta dettata dalla moda, ma una questione di sicurezza, efficienza e rispetto.






