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In ospedale senza mascherina

Durante la pandemia abbiamo visto cosa significa prevenzione. Non era una moda, era una strategia. Una strategia che ha dimostrato di funzionare. Perché allora si continua a fare finta?

C’è una scena che chiunque frequenti un ospedale riconosce immediatamente. Sale d’attesa affollate, sedute occupate per ore, persone che tossiscono, starnutiscono, parlano al telefono a pochi centimetri di distanza. Bambini, anziani, pazienti fragili. Un via vai continuo di accompagnatori, visitatori, operatori, fornitori.

E poi c’è un dettaglio che oggi colpisce più di tutti: la normalità con cui si sta senza mascherina. Non perché non serva. Non perché i virus siano scomparsi. Ma perché, semplicemente, abbiamo smesso di percepirla come necessaria.

Durante il Covid, la mascherina era un gesto automatico. Nessuno la metteva in discussione. Oggi, nello stesso luogo – l’ospedale – indossarla sembra quasi fuori contesto. C’è chi la porta e si sente osservato, chi la evita per non sembrare eccessivamente prudente, chi pensa che ormai sia inutile. In alcuni casi, la prevenzione sembra essere diventata un segnale di allarme più che di responsabilità. Eppure, dal punto di vista epidemiologico, non è cambiato quasi nulla.

Le infezioni ci sono ancora

Batteri e virus continuano a entrare sempre nello stesso modo: attraverso bocca, naso, occhi. Si trasmettono con il respiro, con le mani, con le superfici toccate da tutti, con l’aria che ristagna negli ambienti chiusi.
Negli ospedali queste dinamiche sono amplificate. Non per carenze strutturali, ma per definizione: qui si concentrano persone malate, sintomatiche, fragili. Qui le attese sono lunghe. Qui i contatti sono inevitabili. Qui il ricambio continuo di persone provenienti dall’esterno aumenta in modo esponenziale il rischio di introduzione di agenti patogeni. Ed è proprio per questo che l’ospedale dovrebbe essere il luogo dove la prevenzione è più visibile, più rigorosa, più coerente. Invece, troppo spesso, si ha la sensazione opposta.

Dal rigore alla tolleranza

Durante la pandemia abbiamo visto cosa significa prevenzione applicata sul serio. Mascherine per tutti, percorsi separati, accessi contingentati, igiene delle mani costantemente richiamata, sanificazione continua delle superfici, maggiore attenzione alla ventilazione. Non era una moda, era una strategia. Una strategia che ha dimostrato di funzionare, riducendo non solo la diffusione del SARS-CoV-2, ma anche quella di molte altre infezioni respiratorie stagionali.
Oggi molte di quelle misure sono state abbandonate non perché inefficaci, ma perché non più obbligatorie. La prevenzione è tornata a essere percepita come un’opzione individuale, non come una responsabilità condivisa. E quando la prevenzione diventa opzionale, perde gran parte della sua forza. Nei pronto soccorso questo è particolarmente evidente. Persone che arrivano dall’esterno, spesso con sintomi respiratori, attendono il triage senza mascherina. Altre si siedono accanto a pazienti fragili senza alcuna protezione. Tutto questo avviene nel silenzio generale, come se fosse normale. Ma normale non significa corretto.

Influenza 2025/26 sotto la lente

La stagione influenzale in corso non è trascurabile. La circolazione simultanea di virus influenzali A (H1N1 e H3N2), Influenza B, RSV, rhinovirus, adenovirus e la presenza costante di SARS-CoV-2 sta generando un numero elevato di accessi e complicanze. Non è una questione di allarmismo. È una questione di numeri, di pressione sul sistema sanitario, di tutela dei soggetti fragili. In questo contesto, continuare a considerare la mascherina come un retaggio del passato appare più una scelta culturale che sanitaria.
Le evidenze scientifiche raccolte negli ultimi anni hanno dimostrato che le mascherine riducono la trasmissione dei virus respiratori. Questo valeva ieri e vale ancora oggi. Il fatto che non sia più obbligatorio non la rende meno efficace. La domanda, quindi, non è se servano, ma perché si scelga di non utilizzarle.

Ma si chiude un occhio?

Negli ospedali non mancano mascherine, DPI, disinfettanti, protocolli. Esiste tutto ciò che serve. Quello che spesso manca è la decisione di rendere alcune misure non negoziabili, almeno nei periodi critici. Si preferisce demandare la responsabilità al singolo, evitando scelte che potrebbero risultare impopolari, ma che dal punto di vista preventivo sarebbero difficilmente contestabili.
Lasciare che chi entra dall’esterno acceda ai pronto soccorso senza mascherina, durante il picco influenzale, significa accettare un rischio evitabile. Non è una dimenticanza. È una scelta organizzativa. Nei periodi di massima circolazione dei virus respiratori, l’uso della mascherina dovrebbe essere obbligatorio per chiunque acceda alle strutture sanitarie dall’esterno. Non come gesto simbolico, ma come misura di prevenzione concreta e temporanea.

 

Risparmio e protocolli

Un aspetto critico riguarda la gestione economica della pulizia e della disinfezione negli ospedali. A fronte di dichiarazioni su qualità e sicurezza, si assiste spesso a gare d’appalto al massimo ribasso, con una progressiva riduzione dei tempi dedicati alla sanificazione, anche in aree sensibili come il triage.
La prevenzione non si realizza sulla carta, ma attraverso tempo, competenze e materiali adeguati. Protocolli formalmente corretti rischiano di restare teorici se l’operatività quotidiana impone interventi ridotti all’essenziale. In questi casi, il rischio è quello di creare una percezione di sicurezza che non sempre corrisponde alla realtà. Occorre trovare il coraggio di dire che una sanificazione efficace ha un costo che non può essere barattato.

Le mani: un rischio ancora sottovalutato

Un altro aspetto spesso dato per scontato riguarda l’igiene delle mani. Le piantane con gel idroalcolico sono presenti quasi ovunque – in area triage, nei corridoi, agli ingressi dei reparti – ma la loro presenza non garantisce l’utilizzo. Quante persone entrano, si siedono, toccano superfici, smartphone, documenti, senza mai igienizzarsi le mani? Quante passano davanti alle piantane senza nemmeno notarle? Il gel mani è uno strumento semplice, efficace, a basso costo. Ma funziona solo se viene utilizzato. Anche qui, la prevenzione non può essere lasciata alla buona volontà del singolo: deve essere facilitata, incentivata, richiamata in modo attivo, con sistemi di richiamo visivo, formazione continua e un monitoraggio più stretto. L’igiene delle mani non è un optional, è la prima linea di difesa.

L’aria: elemento marginale

Se oggi le superfici sono finalmente riconosciute come vettori di rischio, l’aria resta ancora il grande assente nella cultura della prevenzione. Eppure, nei pronto soccorso le persone restano sedute per ore, respirando la stessa aria. Disinfettare le sedute è fondamentale. Ma non basta. Se l’aria non viene adeguatamente rinnovata, filtrata o sanificata, il rischio resta.
Ignorare questo aspetto significa lasciare aperta una falla evidente, soprattutto negli ambienti ad alta permanenza e alta rotazione di persone. Parliamo spesso di “ospedali sicuri”, ma quanti di questi edifici hanno sistemi di ventilazione realmente efficienti e monitorati? Quanti hanno integrato sistemi di sanificazione dell’aria in continuo? La prevenzione non è fatta solo di ciò che si vede. Spesso è fatta proprio di ciò che non si vede. E l’aria che respiriamo in attesa di una visita è, troppo spesso, una “zuppa biologica” che nessuno sembra voler analizzare.

E fuori dagli ospedali?

La cultura della prevenzione non può fermarsi ai cancelli di un ospedale, deve essere un valore trasversale. Nel comparto Horeca si osserva una dinamica simile a quella descritta nel sanitario, se non peggiore. Dopo l’attenzione elevata del periodo pandemico, dove ogni tavolo veniva disinfettato con cura maniacale, molte realtà sono tornate a privilegiare velocità, estetica e riduzione dei costi. Tuttavia, la connessione tra ambienti ricettivi, ristorazione e sanità è diretta: una prevenzione carente in questi contesti ha ricadute inevitabili sul sistema sanitario. Chi opera nel cleaning professionale sa bene che un ristorante sanificato male non è solo un luogo meno piacevole, è un anello debole della salute pubblica. Vedere che oggi molti gestori considerano la sanificazione professionale un “costo superfluo” ora che l’emergenza è passata, è un segnale di un problema culturale, prima ancora che gestionale.

Il ruolo del personale sanitario

Il comportamento degli operatori sanitari ha un forte valore comunicativo. Se chi lavora in ospedale non utilizza la mascherina o non ne promuove l’uso, il messaggio che arriva all’utenza è chiaro: la prevenzione non è prioritaria. La stanchezza del personale è reale e comprensibile. Hanno vissuto anni in trincea e la mascherina è diventata per molti il simbolo di un carico di lavoro insostenibile. Tuttavia, la prevenzione richiede coerenza e leadership. Senza una posizione chiara da parte di chi opera nel sistema sanitario, diventa difficile aspettarsi comportamenti responsabili da parte dei cittadini.

Quando funziona la prevenzione

Mascherine, igiene delle mani, superfici, aria: sono elementi inseparabili. Pensare di agire solo su uno di questi aspetti è un errore. La prevenzione funziona solo se è integrata, continua, coerente. E invece oggi sembra che ci vergogniamo della prevenzione. Come se ammettere che un rischio esiste fosse un passo indietro, invece che un atto di responsabilità. Questo atteggiamento ha effetti anche fuori dagli ospedali. Il costo di una mancata prevenzione, in termini sanitari ed economici, è sempre più alto del costo di applicarla. Ogni giornata di lavoro persa per un’influenza contratta in una sala d’attesa, ogni complicanza respiratoria in un paziente fragile, ogni focolaio ospedaliero che allunga i tempi di degenza: sono tutti costi occulti che gravano sulla collettività.
Il Covid ci ha mostrato cosa significa prevenire davvero. Abbiamo visto cosa funziona, cosa riduce i contagi, cosa protegge i più fragili. Abbiamo investito in tecnologie, in formazione, in consapevolezza. Oggi, però, sembra che preferiamo dimenticare tutto in nome di una comodità che rischia di costarci cara.

I virus non dimenticano. Non vanno in vacanza e non si stancano di seguire le regole della biologia. Continueranno ad approfittare di ogni nostra distrazione, di ogni abbassamento di attenzione, soprattutto nei luoghi dove la prevenzione dovrebbe essere un esempio, di ogni taglio al budget della pulizia, di ogni mascherina lasciata in tasca “per non disturbare”. La prevenzione non è un ricordo del 2020. È una sfida del 2026.

Stefano Lodi
Senior Advisor Disinfection and Cleaning
linkedin.com/in/stefano-lodi

 

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