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Intervista Assofrigoristi: migliorare la qualità dell’aria indoor

A colloquio con il direttore operativo dell’associazione che raccoglie i tecnici frigoristi per parlare di come la pandemia abbia posto l’esigenza di misure concrete per rendere più salubre l’aria che respiriamo l’80% del tempo della nostra vita negli ambienti chiusi

Marco Oldrati è direttore operativo di Assofrigoristi, l’associazione di rappresentanza nazionale degli installatori e tecnici frigoristi. L’abbiamo incontrato per presentare il profilo di questa figura professionale, allargando il discorso sugli effetti della pandemia appena trascorsa, sull’importanza della qualità dell’aria indoor e sul lavoro dedicato – in stretta collaborazione – da Assofrigoristi, AIISA e AiCARR, ad un nuovo protocollo di prevenzione e sicurezza rivolto all’installazione, manutenzione e sanificazione delle condotte aerauliche che valorizzi i ruoli di tutte le figure professionali impegnate su questo delicato terreno.

Possiamo, anzitutto, tracciare un identikit del frigorista? Quali competenze sono richieste oggi a chi svolge questa delicata professione?

“Quella del frigorista è la figura di un tecnico specializzato che è un po’ difficile definire con precisione. Infatti progetta, installa, mette in funzione, effettua la manutenzione, ripara, smonta e smaltisce impianti di refrigerazione, condizionamento e ventilazione, ma anche pompe di calore e impianti di recupero del calore. Mi preme sottolineare che il tecnico frigorista è un soggetto in grado di posare, mantenere in buon stato di manutenzione e riparare impianti di climatizzazione. Questo è un campo d’azione assai delicato perché storicamente il comfort che fino a qualche anno fa veniva richiesto a chi installava un impianto di calore era di tipo termometrico, con il controllo dell’umidità presente nell’aria inspirata nell’ambiente indoor, mentre oggi si affaccia con forza il concetto di air quality, che richiede la massima qualità dell’aria nell’ambiente dello spazio confinato”. 

Il vostro lavoro, richiede dunque, sempre più spiccate competenze, anche alla luce di nuove, emergenti aspettative?

“Certamente: è in atto una sorta di rivoluzione che richiede all’impiantista e al manutentore degli impianti di condizionamento dell’aria di possedere un elevato grado di professionalità. Mi verrebbe da usare anche la parola responsabilità, tenendo però ben presente che essa non è formalizzata, nei nostri confronti, sul piano normativo, anche se il Decreto legislativo 81 del 2008 in materia di tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro attribuisce al datore di lavoro alcune responsabilità proprio in relazione alle condizioni dell’ambiente in cui opera il lavoratore, che afferiscono anche alla qualità dell’aria. Direi che, più in generale, le richieste e le aspettative verso la nostra categoria afferiscono principalmente alla sensibilità crescente dell’opinione pubblica. Se è vero, infatti, che trascorriamo mediamente circa l’80% del nostro tempo di vita in ambienti confinati, è facile rendersi conto di quale importanza assuma il problema e di quanto il nostro ruolo sia rilevante. Questa semplice considerazione ha per corollario una grande verità: se l’impianto aeraulico è ben mantenuto e periodicamente sanificato, può fungere da prezioso supporto a garanzia della qualità e salubrità dell’aria di un ambiente confinato nello spazio chiuso”.

Il suo giusto pensiero chiama in causa da un lato la corretta progettazione degli edifici e degli impianti aeraulici, dall’altro la puntuale realizzazione e manutenzione di questi ultimi. Un problema di non facile soluzione?

“Purtroppo questo è un problema con il quale dobbiamo rapportarci quotidianamente. La maggior parte degli edifici italiani, per ragioni di efficienza energetica, sono stati costruiti secondo una logica di scarsa permeabilità. Così presentano numerose problematiche da affrontare per garantire un’adeguata qualità dell’aria. Due fattori hanno un peso determinante per cercare di ovviare all’annosa questione: il ricambio dell’aria e l’igienizzazione dell’impianto e dell’ambiente. Il ricambio dell’aria, può consistere – anzitutto – nell’aprire le finestre per far entrare aria fresca e ricca di ossigeno, molto importante per il nostro corpo. Inoltre, l’aria interna può essere rinnovata attraverso un sistema meccanico, con ventilatori di espulsione e immissione, permettendo la miscelazione dell’aria ambiente con aria pulita dall’esterno, ottenendo come effetto indiretto la diminuzione in termini volumetrici – o diluizione – degli inquinanti ambientali. Per migliorare la qualità dell’aria indoor è fondamentale puntare su ricambio dell’aria e sanificazione; combinando i due processi si agisce sugli agenti patogeni. Quindi, i processi di filtrazione, purificazione, igienizzazione e sanificazione sono essenziali per la nostra salute. È bene sottolineare che mentre la filtrazione agisce prevalentemente nei confronti degli agenti chimici e le sostanze inquinanti trattenute tramite il particolato, sul fronte dell’inquinamento microbiologico è assai più difficile operare, intervenendo attività assai più complesse”.

Quali sono i principali benefici della sanificazione e del ricambio dell’aria?

“In estrema sintesi: riduzione degli inquinanti all’interno dell’ambiente; abbattimento della carica microbica e virale di eventuali agenti patogeni presenti nell’aria con inattivazione di muffe, spore, funghi e pollini. Altri aspetti rilevanti sono la rimozione degli odori e degli inquinanti nocivi presenti in ambienti interni e l’abbattimento di allergeni e acari della polvere. Senza contare l’effetto benefico su broncopatie croniche o legate ad allergie. Infine è importante pure l’effetto di aggregazione delle polveri sottili, rendendole meno pericolose per gli alveoli polmonari”.

Le recenti vicende legate alla pandemia scatenata dal Covid-19 hanno reso necessaria una specifica attenzione all’igiene degli impianti di ventilazione e climatizzazione: come avete affrontato questa emergenza, anche in termini di nuovi protocolli?

“Bisogna riconoscere all’Istituto Superiore di Sanità il merito di aver fatto un grande sforzo per dare valide indicazioni sulla corretta gestione degli impianti aeraulici, finalizzata a contenere il contagio e far girare l’aria. Questa presenza si è rivelata assai utile perché, come è risaputo, ad un certo punto abbiamo avuto la certezza che il virus SARS CoV-2 era aerodisperso, supportato in qualche modo dal particolato che lo trasportava e agiva in forma di doppler. Dal punto di vista operativo, a causa dell’emergenza, purtroppo non c’è stata una vera e propria integrazione di competenze. Tanto è vero che il lavoro è ancora in corso, infatti Assofrigoristi, AIISA e AICAR solo qualche tempo fa hanno cominciato a ragionare insieme su quale potrebbe essere un flusso di azioni che ripartisca compiti e responsabilità fra progettisti, manutentori e sanificatori. Il tutto con l’obiettivo di ottenere, quantomeno, che l’impianto aeraulico migliori la qualità dell’aria indoor. Stiamo cercando anche di capire come progettare, o comunque riprogettare gli impianti in funzione di questo scopo, intervenendo per ridurre considerevolmente il numero di situazioni problematiche. Come Assofrigoristi ci siamo dati un imperativo categorico: quello di creare le migliori condizioni possibili affinché questo protocollo sia il più possibile condiviso e concretamente praticabile”.

Insomma, l’alleanza strategica di queste tre associazioni è destinata a dare buoni frutti, ma a che punto siete con il lavoro?

“A breve, dovremmo arrivare finalmente all’istituzione formale di un tavolo comune. Il lavoro dovrebbe concludersi entro il mese di marzo, mettendo a punto un documento condiviso sul quale stiamo da tempo ragionando. Siamo impegnati a trovare un minimo comune denominatore che salvaguardi il capitale di competenze espresse da ciascuna associazione. Questo perché siamo fermamente intenzionati a non ripetere gli errori ai quali abbiamo assistito durante la fase più acuta della pandemia, con virologi, infettivologi, specialisti di medicina interna, piuttosto che dell’apparato respiratorio, impegnati a farsi la guerra. L’obiettivo che stiamo perseguendo, invece, va nella direzione diametralmente opposta, usando tutte le nostre energie per creare la massima sinergia con tutti coloro che sovrintendono ad ambienti dedicati, nei quali vivono soggetti immunodeficienti, ospedali, ambulatori medici, RSA, case di Cura e di Riposo, mondo della scuola, eccetera”.

Dunque, finora le attività più complesse (ispezioni in impianto, prelievi di campioni chimico-fisici e microbiologici, analisi di laboratorio, interventi di rimozione del particolato, interventi di disinfezione e di mantenimento delle condizioni standard) sono state organizzate in collaborazione con partner qualificati dotati delle regolari attestazioni (enti notificati, operatori certificati secondo standard NADCA – AIISA), in modo da garantire al committente lo svolgimento delle operazioni secondo le disposizioni di legge e nel rispetto delle migliori pratiche in circolazione sul mercato?

“Le rispondo senz’altro di sì, noi tecnici frigoristi abbiamo compiuto questo sforzo, cercando di realizzare le attività più complesse seguendo rigorose procedure e collaborando al massimo con i partner da lei citati. In questo senso, mi sembra importante riferire le linee guida varate con DPCM del 26 luglio scorso sulle specifiche tecniche in merito all’adozione di dispositivi mobili di depurazione e impianti fissi di aerazione e agli standard minimi di qualità dell’aria negli ambienti scolastici e in quelli confinati degli stessi. Anche in questo caso l’Istituto Superiore della Sanità, coinvolto come principale attore, ha fornito indicazioni che noi – nel nostro piccolo – abbiamo sempre sostenuto e cercato di attuare”. 

Quali criticità e problematiche sono emerse, finora in particolare?

“A mio avviso, le principali criticità che rimangono ancora da affrontare sono legate al fatto che mentre un inquinante ha un impatto ben determinato, legato al fatto che si supera, eventualmente una certa soglia ben stabilita, ed ha una criticità molto bassa per essere considerato pericoloso, per l’agente patogeno il discorso è completamente diverso. Ci riferiamo infatti ad un aspetto microbiologico – costituito da batteri, virus, muffe e altro – in grado potenzialmente di scatenare situazioni di rischio in un’unica unità/colonia. A questo punto, mi preme fare a chiare lettere un’affermazione che dovrebbe essere una specie di monito da scrivere sul portone d’ingresso di tutte le aziende che si occupano di queste cose. Noi, addetti ai lavori, utilizzando appieno le nostre competenze e i mezzi a nostra disposizione, siamo sempre e solo nella condizione di contenere il rischio, mai di cancellarlo. Insomma, dobbiamo essere onesti e realisti perché altrimenti rischieremmo di creare l’illusione di poter vivere in un ambiente sterile. Come ben sappiamo, invece, l’ambiente non può mai essere perfettamente sterile, anche a causa della sola presenza dell’uomo. Aggiungo che dovremmo assolutamente cercare di uscire dal teorema proposto da alcuni, i quali affermano che – tramite l’impiego di ozonizzatori e lampade UV – si possa cancellare il rischio di contagio, riferendosi all’influenza, alla legionella, al raffreddore o al Covid-19, così come ad un qualsiasi altro tipo di malattia generata da una contaminazione di tipo microbiologico. Ben diversa è l’intossicazione di tipo fisico, dovuta – ad esempio – alla polvere di silicio nelle miniere, o alla particella di asbesto”.

Maurizio Pedrini

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