IN EVIDENZATecnologia

Gli umanoidi sono già tra noi?

Il palcoscenico per i robot umanoidi è pronto ma serve tempo prima che l’industria li consideri alleati. Ne abbiamo parlato con il professor Bruno Siciliano, uno dei ricercatori di robotica più citati al mondo

Tra entusiasmo mediatico e realtà industriale, i robot umanoidi stanno entrando nel dibattito pubblico come la prossima grande rivoluzione tecnologica. Ma quanto siamo davvero vicini a vedere queste macchine lavorare accanto alle persone nelle fabbriche, negli ospedali o nei magazzini?

Bruno Siciliano, professore di Robotica presso l’Università di Napoli Federico II

Secondo il professor Bruno Siciliano, tra i massimi esperti mondiali di robotica, la strada è ancora lunga: serviranno almeno 10-15 anni prima che gli umanoidi diventino strumenti realmente accessibili e affidabili per le imprese. Oggi il settore vive una fase di forte accelerazione, trainata dagli investimenti di colossi come Tesla, Google e Boston Dynamics, ma i limiti tecnici restano importanti: autonomia energetica ridotta, problemi di stabilità, sicurezza informatica e assenza di normative adeguate.

Nell’intervista emerge però una visione meno catastrofica e più concreta del rapporto tra uomo e macchina. Gli umanoidi non nascono necessariamente per sostituire i lavoratori, ma per preservarne e trasferirne le competenze. Il know-how di un operaio esperto, di un artigiano o persino di un pizzaiolo può diventare il modello da cui il robot apprende. È quello che Siciliano definisce “Internet delle Competenze”: una nuova frontiera in cui la tecnologia non replica soltanto il movimento umano, ma ne conserva esperienza, tecnica e creatività.

Al centro resta sempre la persona. È qui che, secondo il professore, l’Europa e l’Italia possono giocare una partita diversa rispetto a Stati Uniti e Cina: non nella produzione di massa dell’hardware, ma nello sviluppo di applicazioni ad alto valore umano e sociale. Dalla robotica assistiva ai robot guida per non vedenti, fino agli umanoidi impiegati in contesti sanitari e educativi, il futuro della robotica sarà tanto tecnologico quanto culturale.

L’articolo completo qui

STEFANO BELVIOLANDI

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