Perché il cleaning fatica ad attrarre la Gen Z?
Retribuzioni, orari e narrazione: perché i giovani si allontanano dal cleaning e come il settore può tornare attrattivo per la Gen Z

Il settore del cleaning lamenta da anni difficoltà a reperire personale giovane: retail, logistica, hospitality e digitale sembrano più attrattivi. Ma i dati suggeriscono che il problema non sia il disinteresse dei giovani, bensì il modo in cui il settore viene percepito e raccontato.
Secondo il Randstad Workmonitor Pulse 2025, la Gen Z rappresenta circa il 23% della forza lavoro globale e ha un rapporto più fluido con il lavoro: in Italia il 37% dei giovani prevede di restare in azienda meno di un anno. Contano apprendimento continuo, benessere, equilibrio vita-lavoro e coerenza con i propri valori, non solo lo stipendio.
Il cleaning continua a essere percepito come lavoro “umile” e poco qualificato, nonostante impieghi circa 600.000 persone in Italia e abbia conosciuto una forte evoluzione tecnologica: gestione digitale dei cantieri, macchinari automatizzati, controllo qualità, sanificazione, sostenibilità.
Paradossalmente, sono proprio questi gli aspetti che interessano la Gen Z: tecnologia e robotica, sostenibilità ambientale, impatto sulla salute pubblica, percorsi di formazione certificata. Restano però criticità reali: retribuzioni di ingresso poco competitive, orari frammentati, part-time involontario e scarsa visibilità dei percorsi di carriera.
Il vero nodo, più che il reclutamento, è la retention: trattenere i giovani oltre i primi sei-dodici mesi. La chiave sembra essere una narrazione diversa, che presenti il cleaning come porta d’ingresso al facility management, con esempi concreti di crescita da addetto a caposquadra, quality controller o site manager.
CRISTINA GUALDONI
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