IN EVIDENZASicurezza

Proteggere il lavoro che cambia

Con macchine, robot e competenze nuove, la scelta dei DPI nel cleaning non può fermarsi alla marcatura CE: conta l’adeguatezza al rischio, alla mansione e alla persona

Il cleaning professionale sta cambiando: macchine evolute, sistemi digitali e robot modificano l’organizzazione del lavoro e le competenze degli operatori, e anche la protezione individuale deve essere letta dentro questa trasformazione. Pulire un ufficio, un ospedale, una cucina professionale o uno stabilimento significa affrontare rischi diversi, da quelli chimici e biologici a quelli meccanici ed ergonomici. La domanda non riguarda quindi soltanto la conformità del DPI, ma la sua adeguatezza al rischio, alla mansione, alle condizioni di utilizzo e alla persona che lo indossa, come mostrano le esperienze di Portwest, Dräger e Mewa.

Il punto di partenza è la valutazione del rischio, che deve precedere la scelta del prodotto. Fabrizio Mentrasti, Country Manager di Portwest, segnala che i DPI sono spesso scelti per prezzo o design senza verificarne l’idoneità. Vale ancora di più negli ambienti produttivi, dove la pulizia entra in reparti, linee e macchinari: nell’industria alimentare, per esempio, il DPI deve proteggere senza diventare fonte di contaminazione. Per la protezione respiratoria, Giampiero Moroni, Marketing Manager di Dräger Italia, indica l’errore della standardizzazione e ricorda che la scelta deve partire dalle schede di sicurezza dei prodotti utilizzati. La protezione individuale, peraltro, interviene sul rischio residuo, dopo le misure tecniche, organizzative e collettive.

La marcatura CE è una condizione necessaria ma non sufficiente: un dispositivo può rispettare i requisiti e risultare inadatto a una specifica mansione. Quando si usano più DPI insieme, devono funzionare come un sistema integrato: occhiali che ostacolano la tenuta di un facciale, per esempio, ne compromettono la protezione, ed è qui che entra in gioco il fit test. Contano poi ergonomia e vestibilità, che diventano una leva di sicurezza, e la formazione, che non può ridursi alla consegna del dispositivo. Giulio Vanoli, amministratore delegato di Mewa Italia, richiama la prova sul campo degli indumenti e la vestibilità differenziata per donne e uomini.

Resta il tema della manutenzione: lavaggio, asciugatura e stoccaggio influiscono sulle prestazioni nel tempo, e la tracciabilità dei capi lungo il ciclo di vita è un esempio di gestione strutturata. Durata, riparabilità e riutilizzo coinvolgono sicurezza, costi e sostenibilità: il costo della protezione va letto sull’intero ciclo di utilizzo, non solo sul prezzo d’acquisto. Il DPI conforme è solo il punto di partenza.

Sul fronte del mercato, i dati del Centro Studi di Assosistema Confindustria indicano per il 2024 una quota del 30,1% per i guanti da lavoro, seguiti da scarpe antinfortunistiche (24,9%) e abbigliamento protettivo (24,4%).

Stefano Belviolandi

Per approfondire, leggi l’articolo completo qui.

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